• Maggie

"Devora", di Franco Buso - Recensione

Aggiornato il: 23 lug 2019



Ho riflettuto molto su “Devora”, il thriller storico di Franco Buso. Si è trattata di una lettura davvero molto piacevole, in fin dei conti. Il libro racconta la storia della vita di Miriam e delle sue avventure, ambientata nella Palestina del periodo dei cavalieri Templari, poi in Italia e ancora dopo nella Francia di Luigi XIV. Miriam, come poi i suoi successori, intraprende un viaggio nella storia, guidata dalla sua forza di volontà e dai suoi poteri di chiaroveggenza.

La bellezza di questo libro risiede nella straordinaria capacità dell’autore di osservare ciò che non ha davanti agli occhi, di riportare delle immagini di luoghi che logicamente non può aver visto, ma di cui ha solo studiato, o letto i dettagli più minuziosi: basti leggere di Miriam che osserva la nascita delle tartarughine sulla costa della penisola di Akamas (pagina 108) o, altro esempio (pagina 170), la descrizione di una vetreria di Murano del 1200-1300.


Quella piccola penisola era un angolo di paradiso terrestre. Nelle sue lunghe passeggiate a cavallo, tra oleandri, robinie, mirti e querce nane dorate, tra arbusti profumati e pini d’Aleppo, con viste mozzafiato che dall’alto delle colline spaziavano fino al mare cristallino, Miriam si sentiva pervasa da un’aura di pace.

Si percepisce l’attaccamento che l’autore prova per la storia, si sente la passione che lo ha portato a scrivere questo libro. Proprio questa è la ragione principale per cui si è spinti a continuarne la lettura: il fascino del passato.

In un’ambientazione molto cruda, com’è effettivamente quella della presa di Gerusalemme e di Acri, da parte dei Mamelucchi, in cui la protagonista del racconto perde ogni suo affetto; scoprire che quest’ultima ha dei poteri (acquisiti) che le danno molti benefici, ma anche dolori, aiuta molto chi legge il libro a continuare a sperare in un futuro positivo per lei e per gli altri personaggi che incontriamo per strada.

“Devora” non è un libro allegro. È accompagnato da scene di grande tenerezza, e anche una strana leggerezza a volte, però di per sé è un triste racconto di un personaggio che vive la nostra storia in attesa del compimento di una profezia. Vi consiglio di leggerlo perché è un libro che sicuramente ha da darvi molto, è una bellissima esperienza e ci tengo a congratularmi con l’autore per la perizia con cui riesce a creare il suo largo intreccio. Ho apprezzato molto lo stile di scrittura di Buso: prende ciò che visualizza nella mente con il giusto equilibrio di semplicità, sentimento e minuziosità. Molto spesso, mi risulta difficile leggere, a causa dell’eccessiva tendenza alla descrizione di alcuni autori. In Franco Buso ho trovato uno stile di scrittura molto più nelle mie corde.

L’unica cosa che non ho apprezzato, come avrei dovuto, è stata l’attitudine ad una caratterizzazione quasi romantica delle protagoniste. Miriam è una donna che ne ha viste di tutti i colori, ma nonostante ciò non subisce degli effettivi traumi, come ogni essere umano. Non, perlomeno, dei traumi che le sconvolgono per davvero la vita. Essa è così ligia al dovere, così ciecamente fedele alle sue visioni e alla sua fede in Dio, che sembra quasi i suoi poteri l’abbiano portata al di sopra dell’umanità, rendendola un’eroina. Un essere sovrannaturale. Si sente molto l’affetto che Buso prova per le protagoniste di questo libro, probabilmente è per questa ragione che il loro carattere è molto simile, oltre che ai limiti dell’umano. Questa innaturalezza può risultare un po’ fastidiosa, per chi ama in modo particolare i personaggi ben costruiti, però allo stesso tempo si può dire che calzi a pennello nel libro, perché dona un po’ di pace al lettore, impressionato già abbastanza dalle continue tragedie che costellano la vita delle protagoniste. I poteri di Miriam sono l’unica certezza del lettore, oltre alla Storia, già compiuta, che verrà raccontata con particolare fantasia da Buso. Instillano quindi un senso di tranquillità, appunto perché si può già intuire quale sarà il futuro della protagonista, a differenza di quello dei personaggi secondari.


A pochi metri dalla chiesa c’era la bottega di uno zio della Dolfin, maestro Caregheta, ossia “piccola seggiola”: l’avevano soprannominato così perché da ragazzo, prima di specializzarsi nella lavorazione del vetro, aveva fatto l’impagliatore di sedie. Questi accolse la nipote e la sua giovane amica con entusiasmo e fu lieto di far loro da guida.

L’intreccio, come ho già specificato, lega i personaggi protagonisti ad eventi storici di elevata importanza, rivoluzioni, guerre, papati, condanne a morte di vari personaggi che hanno fatto la storia, e così via. Tutto è stato calcolato e organizzato dall’autore con attenzione, non lasciando il lettore senza il tipico “Nooo, ma che figata!”, che scatta quando finalmente viene reso noto il collegamento tra un tal personaggio e un evento storico così famoso da essere entrato nella leggenda. Posso perciò affermare che come thriller storico “Devora” non è niente male. Nonostante alcuni dettagli poco realistici del carattere dei personaggi, questi ultimi si fanno amare, tant’è che sono arrivata a metà libro che avevo voglia di disegnare Miriam, da quanto la sua immagine mi si era stampata in testa.

Proprio per via della tendenza dell’autore a fantasticare, si può anche incappare in qualche pezzo scritto erroneamente. Nelle prime pagine del racconto abbiamo una lista di provvigioni che, secondo Buso, farebbero parte delle colture palestinesi dell’epoca: «La regione, grazie alla ricchezza idrica del sottosuolo, era fertile e veniva considerata il granaio della Palestina. Oltre al grano c’erano molte coltivazioni come pomodori, peperoni, cetrioli, melanzane, ma anche palme da dattero, fichi, olivi, perfino canna da zucchero e una gran varietà di frutti.» (pagina 19)

Leggendo questo pezzo, sia io che mio padre (anche lui molto incuriosito da questa lettura), abbiamo avuto il dubbio che Buso fosse un po’ disinformato su quelle che erano le possibilità del tempo. Se ad oggi, infatti, in Palestina importano "pomodori trasformati" (OEC – Products imported by Palestina), nella metà del 1200 il pomodoro non era ancora stato scoperto. Se possiamo appurare la presenza di palme da dattero, fichi, olivi, canna da zucchero e altri frutti secchi; come inoltre può essere considerata fattibile la presenza di cetrioli e melanzane di importo; risulta impossibile la presenza di pomodori e peperoni.

Ho chiesto aiuto a Treccani, dalla quale ho avuto le risposte che cercavo: “[…] In questa regione convergono gli elementi di tre flore: la mediterranea, quella asiatica delle steppe e quella dell'Arabia e dell'Egitto. Quest'ultima è limitata alle valli umide nelle acque delle quali cresce il papiro. Abbondano le palme, il platano, il fico, l'olivo, il mirto, le acacie e molte piante mediterranee e dei paesi caldi. La vegetazione della Samaria è ricca e i monti vi sono boscosi; in Galilea abbondano i pascoli e le buone terre coltivate. […] nelle valli riparate e calde crescono palme da datteri, canna da zucchero, fichi, olivi, mandorle, granati e noci […] Lungo le insenature del Giordano vegeta l'oleandro, mentre nelle valli crescono il ricino e il papiro. Varie specie di ginepri, di cipressi, la huja aphylla vegetano a fianco dei pini, dei pioppi, dei platani, dei salici, mentre nei declivî più alti il nocciolo si trova insieme con i faggi, le rose, i mirti, le acacie gommifere.” (Treccani)

I pomodori e i peperoni sarebbero originari dell’America. Il primo, precisamente, ove risiedono Messico e Perù. “La data del suo arrivo in Europa è il 1540, quando lo spagnolo Hernán Cortés rientrò in patria e ne portò alcuni esemplari; ma la sua coltivazione e diffusione attese fino alla seconda metà del XVII secolo. In Italia è documentato da Pietro Andrea Mattioli che nel suo Medici Senensis Commentarii del 1544 lo definì mala aurea, poi tradotto letteralmente in italiano come "pomo d'oro" dal suo caratteristico colore giallo oro.” (Wikipedia)

Non sto affermando che Wikipedia sia sempre una fonte attendibile, ma non esiste altra fonte che affermi il contrario in proposito – l’articolo è, tra l’altro, accompagnato da una buona biografia: questi frutti sono originari dell’America, è un dato oggettivo, almeno per quanto gli studiosi hanno scoperto fino ad ora (volendo proprio mettere in dubbio ogni cosa).

Un altro elemento che mi ha colpita è l’informazione errata che la regina Maria Antonietta avesse pronunciato la frase “Se non hanno più pane, che mangino brioche”. Già da diverso tempo si è smentita l’origine di questa frase. Buso scrive esattamente: «Il suo errore successivo (riferito a Luigi XVI) fu quello di farsi convincere dalla frivola, viziata e prepotente regina Maria Antonietta a licenziare di nuovo Necker, colpevole di essere troppo accondiscendente alle richieste della borghesia, e di sostituirlo con un favorito della consorte. Circolava anche voce che la regina, in risposta al popolo che chiedeva il pane, avesse risposto: “Se non hanno pane, che mangino brioche.”» (pagina 330)

Leggendo bene, l’autore non specifica la colpevolezza della regina, ma afferma che “Circolava anche voce…”, etichettando la donna come una persona "prepotente". Non so se Buso conoscesse la verità su questa storia scegliendo perciò di lasciare il dubbio che la frase fosse vera o no (più realistico a livello storico), oppure se fosse davvero convinto della sua affermazione.


Il grano non riusciva a maturare, mentre a causa dell’umidità era difficile ricavare per evaporazione il sale, che – tra le tante cose – serviva per la conservazione della carnee degli altri cibi. I prezzi degli alimenti aumentarono fino a diventare proibitivi: il costo del sale arrivò a raddoppiare e quello della farina, in alcune zone, addirittura triplicò. Il pane era quasi introvabile e solo i più ricchi potevano permetterselo.

Queste sono, comunque, solo delle piccole imprecisioni della narrazione, anche se ci tenevo a segnalarle. Per il resto risulta spedita e appassionante da leggere. Capace di catturare l’attenzione sia dei più giovani, che dei più anziani. I capitoli sono molto brevi, nella media durano tre pagine ciascuno. Non sono ancora del tutto decisa se questa scelta narrativa mi piaccia. Da un lato, dei capitoli così stretti ti portano a pensare “Cavolo. Questo capitolo è già finito. Dovrei leggerne un altro” e la situazione va avanti così fino a fine libro, non lasciando tregua al lettore e stancandolo; dall’altra però è un ottimo modo per convincere il lettore ad andare avanti, trovando appunto dei capitoli molto leggeri da leggere.

Ve lo consiglio assolutamente, è un ottimo racconto, che vi permette di vivere l’intera vita della protagonista, come se foste sempre stati accanto a lei. Questo romanzo fa provare una profonda soddisfazione proprio perché vi dà l’occasione di vivere la vita di Miriam assieme a lei, praticamente la vedrete crescere: dalla bambina vivace che è stata, alla meravigliosa donna che diventerà.


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Margherita A. Terrasi

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