• Maggie

Il viaggio di Miriam



Miriam era appena salita sul treno che da Milano l’avrebbe portata in Svizzera. Salutò sua madre, che dovette fuggire prima della partenza a causa del lavoro, ed avanzò lungo i vagoni. Cercando il posto che l’avrebbe ispirata ed accompagnata dolcemente fino a Bellinzona. Scelse il posto nell’angolo più lontano del terzo vagone, accanto al finestrino. Il fatto di poter guardare fuori la rassicurava. Quasi nessuno prese posto sul suo stesso vagone, nessuno che potesse vedere direttamente, almeno. Il suo posto era ben celato dai sedili davanti. Non riusciva a vedere le porte da lì. Aveva la sensazione che le persone evitassero il suo vagone, infatti tutti i passeggeri appena saliti si spostavano negli altri vagoni, lasciandola sola. La cosa non la preoccupò, siccome amava viaggiare in tranquillità e le persone che chiacchieravano rumorosamente in treno le davano sempre un po’ fastidio.

Miriam pescò dal suo zaino il cellulare e si infilò le cuffiette. Le serviva qualcosa per coprire tutto quel silenzio. Era indecisa se guardarsi una puntata di una delle sue serie preferite su Netflix o ascoltare della buona musica celtica. Optò per la seconda. Tirò fuori il suo ebook reader e riprese a leggere quel libro che aveva lasciato in sospeso da ormai due mesi. Grazie all’ausilio della musica, si immerse totalmente nell’atmosfera storica di quel romanzo. Non esisteva nient’altro che non fossero le piccole pagine scorrevoli, o i suoi pollici che scattavano per cambiare pagina. Nel frattempo il treno partì. Lei non aveva nemmeno sentito l’annuncio della partenza. Era troppo concentrata.

Il treno percorse la stessa strada che ormai era così abituata a vedere da non farci più caso. Lentamente spariva il grigiore delle stazioni milanesi, lasciando posto a campi e file di alberi. Il paesaggio si faceva più interessante quando ci si avvicinava alle montagne e si raggiungeva il lago di Lugano. Come ogni anno, non vedeva l’ora di rivedere Bellinzona. Fremeva all’idea di ripercorrere quelle strade dal grande fascino storico, quei bei parchi naturali che spesso visitava con i suoi zii.

Dopo un’ora di viaggio cominciò a sentirsi stanca. Spense il lettore ed appoggiò la testa al sedile, chiudendo gli occhi. Ogni tanto le piaceva fantasticare su ciò che leggeva. Era uno dei suoi passatempi preferiti. Dopo qualche minuto il treno frenò. Lei ci fece poco caso, era normale che ogni tanto i treni si fermassero.

Trascorsero i minuti. Era quasi passata un’ora quando Miriam si accorse che c’era qualcosa che non andava. Il treno era immobile e tutto era stranamente silenzioso. Persino dall’esterno non arrivavano suoni. Quando aprì gli occhi, notò che fuori dal finestrino si era diffusa una fitta nebbia bianca. Sembrava quasi fumo. Eppure fino ad un’ora prima era stata una splendida giornata, il cielo era limpido e privo di nuvole.

Miriam cominciò a sentirsi ansiosa. Stava succedendo qualcosa di davvero strano. Lei sembrava l’unica ad aver notato che erano fermi da troppo tempo, siccome fino a quel momento nessun passeggero impaziente si era alzato dal suo posto sugli altri vagoni per controllare cosa stesse succedendo. Così si alzò dal suo sedile e diede una sbirciata attraverso gli oblò delle porte dei vagoni. Non c’era nessuno.

L’ansia crebbe all'istante dentro di lei. Provò a dirigersi verso la prima carrozza, abbandonando le sue cose. I primi vagoni erano completamente vuoti, nessun passeggero, nemmeno una borsa o un oggetto estraneo che le facesse intendere la presenza di altre persone. Raggiunse la cima del primo vagone. Quindi si accorse che stava tremando, non capiva se perché sentiva freddo, o perché aveva paura.

Appena toccò il muro che avrebbe dovuto separarla dal macchinista, tutte le porte del primo vagone si spalancarono, lasciando entrare nel treno rivoli di nebbia, che vista da vicino sembrava proprio del fumo bianco.

«Ma che cos…» sibilò Miriam, che era sobbalzata indietro per lo spavento. Si sentì gelare le ossa. Non aveva nemmeno la forza di parlare.

Era tutto così strano. Fino a poco prima il clima era mite e piacevole, perciò la sua maglietta a maniche corte si rivelò inutile a contrastare quella folata di freddo. Quella nebbia la spaventava. Non aveva intenzione di uscire per controllare cosa fosse successo. Il vuoto biancore che aveva davanti a sé era quasi ipnotizzante. Si diresse velocemente al terzo vagone, per tornare al suo posto. La sua roba era ancora lì. Si sedette e cercò di rincuorarsi. “Vedrai che il treno partirà prima o poi”. Provò a fare dei respiri profondi, ma non ci riuscì. Si sentiva schiacciata da qualcosa, forse era colpa del freddo. Così fu assalita dal terrore. Il respiro mozzato non era per nulla piacevole. “È solo l’ansia, devi calmarti”, ripeté tra sé e sé, sperando di riuscire a calmarsi. Una lacrima veloce scivolò sulla sua guancia.

Udì un rumore di passi. Qualcuno aprì la porta che separava il quarto e il terzo vagone, proprio accanto a lei. Entrò un uomo ben vestito, dall’eleganza vintage. Indossava un lungo cappotto di flanella nera e portava sulla testa un cappello dello stesso cupo colore. Quest’ultimo gli copriva in parte il viso, siccome i suoi occhi stavano fissando il pavimento. Sembrava arrivato da un funerale, pensò Miriam, che nel frattempo si era calmata alla vista di qualcun altro. Ai suoi occhi sembrava avere un volto famigliare.

Tra tutti i posti che gli erano disponibili, quell’uomo si sedette proprio accanto a lei. Forse era spaventato anche lui ed aveva bisogno di conforto. Eppure non sembrava nemmeno averla notata. Miriam prese coraggio e gli chiese informazioni.

«Mi scusi. Lei sa che cosa è successo? Perché il treno è fermo?».

L’uomo inizialmente non parlò, ma alzò lo sguardo.

«Hai paura?».

Lei aprì la bocca, ma non riuscì a rispondere a quella domanda. Era così strano che uno sconosciuto le chiedesse qualcosa di così personale.

Lui continuò, «Siamo bloccati. Non so per quanto tempo lo saremo ancora».

Non era ancora riuscita a guardarlo bene in faccia. Le uniche cose che riusciva a vedere erano il suo naso con una leggera gobba alla radice, il viso lungo, i capelli lunghi e scuri e le sue mani affusolate. In quel momento cominciò a sembrarle tutto così surreale: il treno immobile, quella nebbia così bianca da apparire luminosa, quell’uomo dai lineamenti poco chiari. Forse stava sognando, ma sembrava tutto così reale che non riusciva a capirlo.

Come intuendo la sua confusione, l’uomo si girò verso di lei, mostrandole dei lunghi e sottili occhi castani. Si tolse educatamente il cappello dalla testa, come se l’avesse notata solo in quel momento.

«Ti va se ti faccio compagnia?».

Lei annuì, senza pensarci troppo. Da quando quell’uomo si era palesato il suo respiro era tornato quasi normale e un po’ di calore aveva invaso il suo corpo. Era strano che lei accettasse la compagnia di qualcuno che non conosceva, non era mai stata molto socievole. Eppure lui le appariva così famigliare che rifiutarne la compagnia le sembrava maleducato.

«Hai freddo?» le chiese.

In quel momento Miriam si rese conto che stava ancora tremando. «Sì» sibilò, «Se solo chiudessero quelle porte…»

«Non posso fare molto per aiutarti. Se vuoi puoi metterti il mio giubbotto» l’uomo si sfilò il giubbotto e la aiutò ad indossarlo, «Va meglio?».

Lei annuì, accennando un sorriso.

«Tu non hai freddo?»

«Non ti preoccupare per me» affermò lui rivolgendole un bel sorriso. I suoi denti erano bianchi e dritti.

«C-come ti chiami?» gli chiese Miriam.

«Non mi ricordo il mio nome».

Lei gli lanciò un’occhiata confusa, «Perché?»

«È da troppo tempo che nessuno lo pronuncia. Ed ho cominciato a pensare che non fosse così importante, alla fine».

Lei lo fissò per un momento. Non era sicura di aver capito bene la sua risposta, ma non aveva abbastanza forze per chiedere ulteriori spiegazioni.

«Stai andando in Svizzera, quindi?» cominciò lui.

«Sì»

«Devi incontrare qualcuno?»

«Sì…» Miriam fece qualche lento respiro prima di continuare, facendo uscire dei piccoli sbuffi di aria calda dalla sua bocca, «I miei zii mi stanno aspettando».

In quel momento si ricordò che non aveva ancora avvertito i suoi zii. Prese il suo cellulare, ma si rese conto presto che non c’era campo.

«Li avviserai dopo. Sempre che il treno si decida a partire», la rincuorò lui. Quasi come se stesse leggendo i suoi pensieri.

«Non capisco. Mi sento… strana» sbuffò Miriam con il poco fiato che aveva.

«Andrà tutto bene» le rispose lui. La sua voce era grave, ma le scaldava il cuore.

«Io… ti conosco?» chiese lei, spostando lo sguardo dal finestrino al misterioso individuo che le sedeva accanto.

«Mi conosci» sorrise, «Sotto un certo punto di vista, ci conosciamo da una vita»

«Davvero?» lei provò a ricambiare il suo sorriso. Era tutto così strano e così inquietante, che non sapeva più cosa pensare.

Passò qualche minuto in cui si scambiarono semplicemente qualche occhiata fugace. Lei non riusciva più a proferire parola. Sembrava uno di quei sogni dove ti ritrovi improvvisamente incapace di muoverti, di camminare, dove vorresti urlare ma le parole non escono più dalla tua bocca.

«Sei stanca?» le chiese lui, notando che i suoi occhi si stavano chiudendo.

Lei provò a muovere la testa per annuire, ma ottenne a malapena di girarla verso di lui, «Ho tanto freddo».

«Conosco quello che stai provando. Tieni duro» disse lui sottovoce. Non sembrava che stesse parlando, eppure Miriam sentiva la sua voce nella sua testa.

Lui si avvicinò a lei e la abbracciò. Un’ondata di calore invase la ragazza. Sentì le forze tornarle in corpo.

«G-ra-zie».

In quel momento le era sembrato di essere stata abbracciata da suo padre. Non era possibile, suo padre era morto ormai da sei anni.

Si staccò dalla sua stretta, «P-apà?» appena ebbe pronunciato quella parola si accorse che quell'uomo era sparito.

Si alzò in piedi. Finalmente aveva le forze per farlo. «Papà?». Percorse lentamente i corridoi delle carrozze, nella speranza di rivederlo. Raggiunse il primo vagone, dove le porte erano aperte sulla nebbia. Quell'uomo era stante davanti alla prima porta del vagone. Guardandolo bene non sembrava affatto suo padre, era troppo giovane per esserlo.

«Ho sentito che tra poco il treno partirà. Riesci ad aspettare ancora un po’? Io devo scendere adesso»

«Tu scendi? Ma dove vai?» gli chiese lei, spaventata di restare di nuovo da sola.

Lui non rispose, il suo sguardo era vuoto. «Vuoi venire con me, o resti qui?».

Miriam rimase senza parole. Era terrorizzata all’idea di rimanere lì a morire congelata, ma non le piaceva certo l’idea di seguire uno sconosciuto là fuori, entrando in quella nebbia per nulla rassicurante. C’era qualcosa di così sbagliato in tutto questo.


Che cosa farà Miriam?

A) Resterà sul treno, attendendo la partenza.

B) Seguirà lo sconosciuto, abbandonando il treno.

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Margherita A. Terrasi

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Autrice e grafica, Milano

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