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La moglie dell'orologiaio - Parte 2


La moglie dell'orologiaio parte 2

Racconto fantasy scritto in occasione di ben due Sfide delle 5 parole, per un totale di 10 parole:

Fungo, videogioco, ricordi, fresco, gufo, silenziatore, macellaio, biscotto, sposare, onda.

Riuscite a capire come ho scelto di utilizzare queste parole? Scrivetelo nei commenti!

 


Il giorno seguente si sentì rinvigorita, ma questa volta ricominciare a giocare fu difficile.

Era intimorita dagli avvenimenti della sera scorsa. La curiosità era prepotente, ma il suo senso di autoconservazione ancora di più. Il trauma dello svenimento l’aveva preoccupata così tanto che aveva contattato Rachele per venire ad assisterla appena possibile.

La poverina, oltre a otto ore di lavoro, le avrebbe anche dovuto fare da tata.

“Tu sei pazza!” le aveva scritto per messaggio. “Sei fuori come un balcone. Non sei andata in ospedale? Oggi passo dopo il lavoro e ti tengo d’occhio. Questi scherzi non li fai a me. Oggi devi stare a riposo. E non osare giocare!”.

Anna provò ad ascoltare il consiglio dell’amica e cercò di rilassarsi, ma durò poco. Due ore dopo era già davanti allo schermo.


Joseph entrò nell’enorme villa dei Levintov. Il giardino era un labirinto di siepi, culminante con una maestosa fontana di pietra scolpita. Avvicinandosi alla vasca notò dei piccoli circuiti che occasionalmente spruzzavano acqua, donandole forme artistiche incantevoli.

Giunto alla soglia della mansione, la porta gli fu aperta dal maggiordomo. Era un uomo dallo sguardo truce. Un poco gli incuteva timore.

«Lei è il signor Russell?»

Joseph annuì.

L’uomo si diede un’occhiata dietro la schiena.

«Il signor Levintov è rimasto sorpreso dalla vostra visita. L’attende nella sala degli ospiti. Prego».


L’uomo lo accompagnò in una saletta, con due divani posti l’uno davanti all’altro, divisi da un tavolino da tè ovale. I toni verdi regnavano in quella stanza, che anche se piccola risultava opulenta per quanti soprammobili e oggetti di antiquariato vi erano esposti.

«Immagino che voi siate il signor Russell».

Si accorse in ritardo del cinquantenne di bella presenza che lo colse di sorpresa alla sua destra. I capelli sale e pepe scendevano lungo il suo collo e apparivano sbarazzini, come se avesse perso la voglia di pettinarli.

Con un gesto, Carl Levintov lo invitò a sedersi. 

Joseph lo fece.

«Sono spiacente di disturbarla a quest’ora. Specialmente per gli argomenti che ho portato qui con me»

L’uomo corrucciò la fronte interrogativo. Poi parve intendere e abbassò lo sguardo, sbuffando stizzito.

«Siete un giornalista?»

«No. Sono qui solo per farle qualche domanda su sua figlia»

«Certo» sorrise, «li conosco quelli come lei, signor…»

«Joseph»

«Sì giusto» fece per alzarsi dal divano e invitarlo ad andarsene.

«Anche mia moglie è stata rapita», aggiunse l’altro.Il signor Levintov lo fissò dritto negli occhi, come per carpire il minimo segno di menzogna dal suo sguardo. 

Quindi tornò a sedersi.

«Russell. Voi siete l’orologiaio di cui hanno parlato i giornali?»

Joseph confermò.

«Come è successo?» chiese Carl. 

Gli lesse negli occhi che lo stava ancora studiando.

«L’hanno presa mentre passeggiavamo in centro città. Fu del tutto inaspettato» gli occhi di Joseph diventavano lucidi ogni volta che era costretto a rivivere quella storia.Levintov scosse la testa e distolse lo sguardo.

«Indossavano delle maschere, non è vero?»

Annuì, «Maschere da rapace».

«Ne ho un nitido ricordo. Eravamo a un evento mondano», Carl diede uno sguardo veloce all’orologio da taschino che custodiva nella tasca del panciotto. «Era sera, più o meno, lo stesso orario. Mia figlia stava danzando con sua madre sulle note di un valzer che adoravano… E sono entrati. Dio solo sa da dove. Hanno minacciato i commensali e l’hanno trascinata via senza che potessimo reagire».

«Voi avete idea di chi possano essere?»

Carl lo guardò nuovamente fisso negli occhi.

«Temo che ci siano dietro questioni più grandi di noi»

Joseph non disse niente, preferì lasciare che fosse l’altro a dargli il La. Non poteva permettersi di fare la figura di quello poco fiducioso nelle intenzioni del governo davanti a qualcuno che vi era così strettamente legato.

«Sono terribilmente dispiaciuto per vostra moglie»

«Io per vostra figlia»

«Prego ogni giorno perché sia ancora in vita», Carl abbassò ancora lo sguardo. «Stanno nascondendo qualcosa. Mi piacerebbe pensare che la colpa ricada solo e unicamente sulla malavita. Sarebbe più semplice. Purtroppo non è così. Il problema è a monte. Non so se ve ne siete accorto, ma la carestia non sembrerebbe arrivata per caso»

«Cosa intendete?» Joseph iniziò a giocare nervosamente con le mani.

«Anni fa si progettò un macchinario incredibile, l’Ostretus, ne parlarono tutti i giornali per qualche mese. Fu una svolta, ricorda?»

«Vi riferite a quella macchina in grado di curare ogni male? Mi parve una pubblicità piuttosto ingigantita al tempo. Tant’è che non se ne parlò più».

«Invece fu una svolta. Eppure le informazioni vennero contenute. Il governo decise di proteggere il segreto potere del macchinario, per evitare di incuriosire le persone sbagliate».

Carl faceva riferimento a Nuova Lerna, paese che da decenni era avverso al loro. Avrebbero sfruttato qualsiasi occasione per metterli in difficoltà o in cattiva luce con gli alleati.

«Cosa è in grado di fare questo macchinario?»

«Era stato concepito con lo scopo di studiare la genetica di ogni fungo conosciuto sul pianeta e di creare ex novo la struttura genetica di un fungo che contenesse tutte le caratteristiche che potessero beneficiare in qualche maniera all’essere umano. La cosa più incredibile è che ci riuscì».

Joseph sgranò gli occhi incredulo.

«Creò il fungo perfetto. Purtroppo questo portò più sfortuna che benefici»

«Cosa intendete?»

«Mi coinvolsero in questo progetto sia per la necessità di supporto di Capitale», la prima delle città delle Terre del Nord. «Sia perché mia figlia… soffriva di un male incurabile da tanti anni. Grazie al rimedio finalmente fu di nuovo in salute. Per quanto il fungo fosse miracoloso e curasse ogni malessere, risultò estremamente tossico per l’ecosistema. Ogni pianta entrata in contatto con questo moriva».

«Non vorrete dire che questo fungo si è…»

«Diffuso. Sì, purtroppo» l’uomo completò la sua frase.Appariva costernato dall’aver tenuto un segreto del genere per così tanto tempo.

«Mia figlia non doveva fare le spese di un errore così madornale. Sarebbe bastato sperimentare ulteriormente il fungo in laboratorio per capire la gravità della situazione, ma si è preferito far finta di niente. La notizia dell’esistenza di una panacea per ogni male era più importante, d’altronde, di tenere sotto controllo il modo con cui venisse maneggiato».

«In che modo i rapimenti sarebbero collegati a tutto questo?» chiese l’orologiaio, pur immaginando la risposta ormai.

«Ho sentito parlare di questo movimento di ribelli ambientalisti. Alcuni sono stati catturati, ma sono in pochi quelli che hanno parlato. Non ho molte informazioni in proposito. So solo che probabilmente sanno del macchinario e lo stanno cercando per distruggerlo… forse, chi lo sa. Qualcuno pensa che siano attentatori lernesi. Non so a cosa credere, sinceramente».

Joseph si mise a giocare con i baffi, pensieroso.

«Vi ringrazio per l’aiuto che mi state dando. Lo apprezzo molto».

Carl gli sorrise. Un sorriso malinconico il suo. Quello di chi ha perso tanto, ma non ancora la speranza.

«Spero che queste informazioni possano esservi utili in qualche modo. Per me sono soltanto un peso».

«Voi avete idea di dove possa essere questo macchinario?»

«Se l’avessi l’avrei già distrutto con le mie mani».


«Aah!»

Non aveva iniziato da molto a videogiocare quando il dolore si palesò nuovamente. Inizialmente sembrò sopportabile, ma peggiorò velocemente.

«No! Basta!»

Anna corse a stendersi sul divano, nella speranza di attenuarlo. 

Peggiorò ancora. Era lancinante. Si sentiva la testa aperta, letteralmente.

Udì il riverbero di una voce che gridava: “Lasciala!”.

Vide nuovamente quell’uomo in vestaglia uscire dal suo studio. Questa volta le forme erano nitide. Lo riconobbe.

«Joseph… Joseph», qualcosa in lei scattò.

Suo marito corse veloce alla porta. Qualcuno stava urlando.

«Joseph, non andare…».

Lo seguì sul vialetto, fino a raggiungere la strada principale.

Un losco figuro stava aggredendo una ragazzina e lui corse in suo aiuto. Era troppo buio. Si udì uno sparo.

«Joseph! No!»

Dolore. Faceva così male che si contorse ancora e ancora.

Le luci pomeridiane si spensero e lasciarono posto all’oscurità. Era spaventata, questa volta aveva la sensazione di essersi bruciata la vista. Si contorse per il dolore, sentiva freddo, non respirava.

«Aggiungine ancora, presto!».

Riconobbe subito la voce di quell’uomo, l’aveva già sentita.

«Non sta funzionando»

«Che intendi?»

«Si sta svegliando», lui sembrava agitato.

Il dolore era così forte da farla urlare.

«Basta! Basta!», era fuori di sé.

«Ci vorrà un po’ perché faccia ancora effetto», la voce di un uomo anziano si aggiunse in lontananza. «Purtroppo è questo che si ottiene quando si contrae il morbo».

Annabelle piangeva per il dolore, ma riuscì pian piano a calmarsi. Sentì per la prima volta la schiena appoggiata a qualcosa di duro. Aveva gli occhi aperti ma non poteva vedere niente.

«Sei sveglia?» le domandò l’anziano. La sua voce grave per un attimo la rassicurò.

«Fatemi vedere Joseph. Dov’è?»

«Joseph non c’è più» rispose l’uomo, la voce melliflua.

«No. Non è vero. Bugiardo!»

Il vecchio si rivolse agli altri, ignorandola.

«Avete controllato i valori?»

«Sì, è tutto a posto, è solo agitata».

«Di cosa state parlando? Io non capisco», domandò lei. Il viso bagnato di lacrime.

«Dovete restare calma madame Annabelle. Andrà tutto bene. Ci stiamo prendendo noi cura di voi».

«Perché non posso vedere niente?»

Sentì qualcuno appoggiare la mano sulla sua.

Solo in quel momento realizzò di essere legata. Doveva essere sdraiata su un lettino rialzato, perché non aveva l’impressione di essere supina. Percepiva il peso sulle gambe.

«La vostra condizione è dovuta all’effetto del fungo»

«Cosa…» era diventata un fiume in piena ormai «Fungo? Non capisco».

«Vi ricordate che voi e vostro marito avete accettato la cura sperimentale dell’Ostretus? Voi eravate molto malata, madame. Il fungo ha curato la vostra tisi, ma ha provocato questo».

Anna continuava a non capire. Non era possibile che il fungo le avesse fatto male.

«Il fungo vi ha provocato malformazioni e delle forti allucinazioni. Ricordate cosa avete fatto a vostro marito?»

«No» piagnucolò lei. 

Stava mentendo. Ora ricordava.

«Gli avete sparato. Stavate aggredendo vostra figlia, convinta che volesse farvi del male. Ora sappiamo che non è colpa vostra, però dobbiamo monitorare la malattia e assicurarci che non peggiori ulteriormente. Voi siete la prima persona che ha contratto il morbo. Il paziente zero. Penso che sarete fondamentale per lo studio di una cura».

Annabelle cercò nuovamente di liberarsi e mugolò «Voglio vedere Joseph, fatemi tornare dov’ero. Vi prego».

«Purtroppo l’effetto del Genesis si è alterato a causa dei vostri ricordi. Avete una memoria troppo forte perché la macchina possa soggiogare efficacemente la vostra mente. Mi spiace molto, ma temo che se provassimo a inserirvi nuovamente non funzionerà più come prima».

«Non mi importa! Vi prego. Devo vederlo. Ancora un’ultima volta. Per favore» i suoi piagnucolii erano una cantilena così fastidiosa che stizzirono il medico.

«E va bene! Santo cielo, siete cocciuta» si rivolse al collega, «Prova con una dose più alta. Vediamo quel che possiamo fare».


La luce del sole era quasi svanita quando suonarono al citofono.

«Aprimi, scema» rispose Rachele, mostrando di avere in mano un sacchetto. 

Aveva portato la cena.





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