• Maggie

Chi non muore si rivede

Aggiornato il: 10 giu 2019



“Chi non muore si rivede”. Credo sia questo il pensiero che vi balzerà in mente appena leggerete questo post. Ebbene sì, non sono morta. Anche se gli esami sicuramente non hanno migliorato le condizioni del mio cuore. Ho subito troppi attacchi di panico in questa sessione. Adesso però posso finalmente dire di essere arrivata all’ultimo esame. Tra pochi mesi conseguirò la laurea. Ho già tanti progetti in mente: oltre a quelli legati alla sfera lavorativa, ci sono ovviamente anche quelli riguardanti i nuovi scritti. Continuerò la mia attività di self-publisher, siccome si tratta della mia principale passione e l’unico modo in cui posso sfogare tutto lo stress che accumulo ogni giorno.

Ho in progetto di migliorare il volume I de La mappa per Shiajla. A proposito, non preoccupatevi, il book trailer del nuovo romanzo arriverà. Ho bisogno di un po’ di tempo per organizzare la sceneggiatura, le riprese e tutto il resto, ma arriverà. Nel frattempo il mio caro amico Mattia lo sta già rileggendo per cercare ulteriori sgarri della scrittura della Me stessa sedicenne. Ce ne sono ancora tanti, sicuramente. Purtroppo essere editori di sé stessi porta anche a questi problemi. L’unica cosa che mi rassicura è che a volte sento parlare di editor che riescono a fare lavori ben peggiori dei miei. Spesso il mio complesso dell’impostore mi tortura, facendomi pensare che non riuscirò mai a pubblicare un libro davvero corretto e senza alcun errore. Dopo però penso, “Effettivamente a questo mondo non esiste nessuno che non faccia errori, io faccio del mio meglio per pubblicare libri belli, sia da vedere, che da leggere. Purtroppo non saranno mai perfetti, ma ciò che devo continuare a fare è infondere tutta me stessa in queste opere e lavorare sodo per migliorarle sempre di più”. La pubblicazione di La mappa per Shiajla è stata avventata e coraggiosa. Sono ben consapevole dell’imperfezione del libro — soprattutto del primo atto —, eppure dentro di me sentivo che doveva essere pubblicato così. Nella mia testa, come ho ripetuto più volte, vedo questo libro come un manufatto, che mi fa pensare a quello che ero e a quello che sto diventando oggi, dopo tanto lavoro.

Approfitto di questo post per ringraziare ulteriormente Giulia Dardano, una cara amica e ormai anche la mia beta-readerufficiale — che ha sempre posto nei credits del mio sito. Mi ha aiutato molto. La cosa che più ho apprezzato del suo lavoro è stata che fin dal principio Giulia ha intuito le mie intenzioni riguardo al libro: ossia di correggerne il contenuto, ma non modificandolo eccessivamente.

Sicuramente nei prossimi volumi di La mappa per Shiajla si noterà lo stacco di stile nella scrittura. Un’evoluzione continua. Per questo significa tanto che il primo volume rimanga così, nella sua ingenuità e goffaggine adolescenziale.

Credo che ogni libro sia fortemente legato al tempo ed allo spazio in cui è stato scritto. Anche per questa ragione mi sembrerebbe strano modificare l’idea originale del romanzo o correggere determinati modi con cui mi esprimevo in precedenza. Ogni scritto che ho pubblicato è stato prodotto in un dato momento della mia vita ed è così che lo voglio ricordare.

Per quanto riguarda la serie di racconti breviMiss, continuerò a lavorarci una volta terminati gli esami. Ho in progetto già altre storie brevi ed altri racconti che potrebbero diventare nuovi romanzi. Per adesso ho la fortuna di essere molto ispirata.

Riguardo al tema dell’ispirazione, mi ha colpito molto la frase di una youtuber disegnatrice che seguo da anni ormai (Fraffrog — Francesca Presentini): “L’ispirazione è qualcosa che si allena col tempo”. Penso sia un’affermazione vera. Quando scrissi il primo atto di La mappa per Shiajla avevo circa sedici anni. A quell’epoca però non riuscivo ad andare avanti. Ero torturata dal blocco dello scrittore ed anche quando provavo avanzare di qualche riga, tutto quello che scrivevo non mi piaceva. Solo al secondo anno dell’università sono riuscita a capire che non potevo continuare così. L’epifania mi arrivò quando ascoltai per la prima volta la frase “Non è importante che un’opera sia perfetta, ma che sia finita”. Allora compresi che se avessi continuato a tergiversarci sopra, non avrei mai terminato niente. Questa situazione non mi soddisfaceva affatto e volevo cambiare. Diventare una di quelle persone che le cose le finiscono e le finiscono bene. Questa è una prospettiva di vita che ho adottato da qualche anno e spero di migliorare sempre più con il tempo e con la pratica, di modo da potermi permettere sì di finire le cose, ma anche di essere più soddisfatta del risultato ottenuto. “Step by step”, come direbbe il Re del Deserto (if you know what I mean). Ritornando alla frase di Francesca, penso anche io che l’ispirazione si debba allenare perché, seppur vero che l’ispirazione è un momento di estasi creativa, un momento incontrollabile e misterioso, è anche vero che se uno scrittore, come qualunque altro artista, non si allenasse a trovare l’ispirazione, spesso ci si ritroverebbe bloccati ed impossibilitati a finire ciò che avevamo in progetto di fare, ricavandone così una grande frustrazione.

Un altro mio pensiero recente è legato ad una possibile differenza tra le parole scrittore e poeta. Io vedo queste due figure in modo contraddistinto. Lo scrittore è colui che scrive opere — di varia natura letteraria o giornalistica — e che lo fa per lavoro, perciò rispettando una dead-line, impostagli da qualcuno oppure personale, che lo porterà a terminare sicuramente la sua opera, nel bene o nel male. Un tipo di scrittore che scrive per gli altri e costruisce appositamente i suoi scritti perché questi piacciano anche agli altri —a scopo di lucro o non. Il poeta è sì uno scrittore, ma un tipo di scrittore che si lascia guidare molto dalle sue emozioni e che di rado riesce a pubblicare una sua opera, a causa sia dell’eccessiva modestia, sia del terrore dell’imperfezione. Un tipo di scrittore che non scrive per gli altri, ma che lo fa principalmente per sé stesso. Scrittore e poeta fanno lo stesso lavoro, producono spesso lo stesso tipo di opere, che possono essere romanzi, poesie, storie brevi, testi teatrali, articoli, testi di vario genere, eppure sono diversi. Si tratta di una distinzione che ho voluto dare io. Farina del mio sacco che per alcuni potrebbe risultare amara e immangiabile, per altri magari sarà commestibile.

Come mi vedo io? Non riesco a vedermi come una scrittrice, ma neanche come una poeta. Mi piace creare qualcosa di bello, ma mi piace anche finire il mio lavoro. Soprattutto per condividere con gli altri ciò che ho provato nel produrlo. Il mio desiderio di condivisione può rovinare i miei testi. Ci ho pensato spesso e non lo nego. I miei testi sono spesso risultati frettolosi, ma è anche vero che questa necessità di comunicare che ho sempre avuto si è ingigantita assai nel mio periodo universitario.

L’università è stata per me una dura, se non durissima, prova. Volevo dimostrare a me stessa che ce l’avrei fatta e non ho letto null’altro che manuali e saggi per quattro anni. Questo è stato un male per il tipo di racconti che volevo scrivere. Ho letto davvero pochissimi romanzi in questo periodo — si possono contare sulle dita di una mano. Avevo la necessità di sfogarmi, di non sentirmi un’inetta ed ho scommesso sulla mia passione: la creazione di racconti. Così è stato e durante il secondo anno di università, adottando la mia nuova filosofia del “finiamo le cose”, ho terminato in un mese la mia prima light novel, Il richiamo di Morfeo — ma questo ormai già lo saprete. In precedenza scrivevo storie brevi e le pubblicavo su Efpfanfiction. Così iniziò la stesura di questa storia. La pubblicai dall’inizio alla fine su Efp. Una volta terminata, decisi che volevo pubblicarne il libro completo. Conoscendomi, non sarei mai stata contenta se non mi fossi complicata la vita. Per questa ragione decisi di pubblicarla da sola. Dovevo creare da zero il mio libro, il mio spirito creativo me lo imponeva. È stato così che ripresi ad utilizzare Adobe InDesign — strumento che in quel periodo utilizzavo saltuariamente — e cominciai a lavorare sui miei scritti anche sotto il punto di vista grafico. Volevo personalizzarli nei minimi particolari. La sola idea di affidarli ad un editore e di non poterne decidere il formato cartaceo, la copertina e l’impaginazione mi innervosiva. Non volevo darla vinta alla necessità di condivisione e di pubblicizzazione. Testardamente volevo — e voglio ancora — farcela da sola. Questa forte possessività che ho sempre avuto nei confronti dei miei scritti, mi ha portata dove sono oggi. Ossia, da nessuna parte. Eppure, riflettendoci, è qui che voglio stare. Non ho assolutamente intenzione di farmi conoscere. Voglio pochi lettori, che mi conoscano e che conoscano i miei scritti. Pochi lettori con cui approntare discussioni costruttive e con i quali parlare informalmente. Per me la comunicazione tra scrittore e lettore è fondamentale. Questo rapporto è importante perché uno scrittore scrive principalmente per condividere con qualcun altro i suoi pensieri, i suoi ideali, le sue storie, per il contatto con gli altri. Mi ha sempre infastidita la unilateralità della pubblicazione editoriale. Lo scrittore scrive e scrive, ma molto spesso non comunica direttamente con i propri lettori. I miei lettori devono sentirsi coinvolti dal mio lavoro. Per questo concepii la sperimentazione che è stata Il venditor di parole. Trovavo che il genere del libro-game fosse perfetto per permettere ai lettori di fare le proprie scelte e di sentirsi parte del mondo creato. Su questo tipo di contatto voglio concentrarmi. Perciò vade retro fama, stammi lontana.

In conclusione, avevo intenzione di scrivere un post per elencare i miei progetti futuri, ma alla fine ne è venuto fuori un piccolo, e forse noioso, saggio. Il mio lavoro su Miss Maggie Paper non finirà. Ho intenzione di continuare ad esercitarmi ed a produrre, perché ci sono davvero tante cose dentro di me che ho bisogno di comunicare.

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Margherita A. Terrasi

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Autrice e grafica, Milano

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