• Maggie

"Corpo vitreo", di Valerio Dalla Ragione - Recensione

Aggiornato il: 23 lug 2019



Ammetto di essere riluttante all’idea di recensire questo libro. Non credo di averne compreso il reale significato. È visibile l'amore con cui l’autore descrive la sua cara Copenaghen, ma di interessante c’è solo quello. Tutto il resto è terribilmente confuso. I personaggi esistono ma non esistono, sono come fantasmi che attraversano una stanza di cartapesta. Il libro è di per sé un insieme di descrizioni fini a sé stesse, trama inesistente, ambientazioni che potrebbero essere più nitide se vi apparissero in sogno, supercazzole e pipponi esistenziali a gogò. Non ho intenzione di criticare l’autore per questa scelta, perché si tratta di una sua sperimentazione dell’astrattismo, un genere che non mi attrae per niente e proprio per questa ragione non mi compete. Il tema dell’astratto è molto complesso da scrivere, soprattutto se hai intenzione di creare un romanzo, ed è anche molto complesso da leggere, perciò credo si tratti di un genere molto di nicchia. Credo sia proprio per via di questo elitarismo che l’editore abbia deciso di impostare come genere del libro il “giallo”, forse perché più appetibile, anche se non c’entra molto con il libro che ho letto. Non ho visto nulla di giallo in questo racconto, a parte personaggi che si puntano addosso le pistole senza una reale ragione, ma all’interno del libro non esiste un’indagine che giustifichi questa presa di posizione. Ad essere più precisi: non esiste una storia. Immagino che ciò sia dovuto alla via astrattista intrapresa dall’autore, un modo di scrivere che non ho saputo apprezzare, probabilmente.

Il romanzo inizia subito in un totale delirio di parole. È ovvio il tentativo dell’autore di astrarre il più possibile la situazione, infatti si capisce poco e niente.

Seguiranno una serie di citazioni, con tanto di annotazioni che ho preso mentre leggevo il libro. Vi mostrerò soltanto l’inizio del libro, perché se vi mostrassi tutte le mie note l’articolo diventerebbe decisamente troppo lungo.

Sega. Dirompente come l’apocalissi, come la detonazione di piccole conflagrazioni atomiche nella massa cerebrale, e di colpo questa si sgonfia, rilasciando il suo peso.

Dove sarebbe il significato di questa frase? Non si riesce nemmeno a capire quale sia il soggetto: la “Sega”, forse? Se fosse così non avrebbe senso. Sono frasi totalmente disconnesse.

C’è un momento in cui una ciclista fa un incidente e cade a terra. Dopo aver sbraitato contro i passanti questa sviene. Il protagonista, quindi, le scatta una foto.

Da quel momento in poi, saranno pochi megabyte ad archiviarne gli elementi, sia quelli essenziali, primari, che i dettagli. Per esempio, il colore dei suoi orecchini. Oppure se veramente ce li aveva, gli orecchini, o se è caduta sull’asfalto – mattonelle?

Come mai non sa se lei gli orecchini li ha o no? Non le sta scattando una foto? E come può non capire se si tratta di asfalto o di mattonelle? Siamo in una dimensione onirica, forse? È puro astrattismo, ma come viene giustificato narrativamente?

“La scimmia immerge le dita argillose in una pozza d’acqua piovana per trovare un po’ di sollievo. Le sue sorelle la imitano. Ancora non lo sanno, ma hanno fatto la scelta giusta. Solo pochi giorni fa, il branco aveva perso due femmine per quella leggerezza: il cucciolo nato morto era rimasto così, all’aria e i predatori non avevano tardato a presentarsi, attirati dal potente fetore dell’aborto spontaneo. […] I quattro membri rimasti del branco si sono affrettati a grattare via manciate di argilla dal terreno umido dopo la pioggia. Una di loro l’aveva visto fare a un’altra bestia – non sapeva più quale – dopo la defecazione.” (pag. 9)

Più avanti fa riferimento alla “glabra evoluzione di quelle scimmie”, ovvero agli esseri umani, che ergono tumuli a difesa dei loro caduti. “Non ho capito” (cit. Yotobi). La domanda che mi è sorta spontanea è stata se l’autore avesse fumato qualcosa di buono prima di scrivere. La biografia scritta da Bojack Horseman sotto l’effetto della droga aveva più senso.

Sto estraendo queste frasi dal libro senza darvi un contesto, perché non ce n’è davvero uno. Sono effettivamente dei paragrafi fini a sé stessi. L’unica cosa comprensibile è che l’autore si getta in descrizioni minuziose, ma insignificanti, di Copenaghen e della quotidianità vissuta da lui stesso in questa città. Tutto il resto è un mistero.

Schermi dai grandi pixel per attrarre i nostalgici di grafiche passate e quelli che erano troppo giovani per ricordarsene, cavalcando onde e corsie di estetiche riciclate al rullo di tamburi di una possibile bancarotta.”

Questa non sarà la sua ultima menzione a pubblicità e al loro ruolo di attrarre le menti ingenue. Sembra quasi che l’autore ce l’abbia con i tecnici pubblicitari.

Il titolo “Corpo vitreo” viene più volte citato all’interno del testo, anche se non si capisce mai veramente a cosa faccia riferimento.

Una bambola di ossa di pollo incastonate che si agita al ritmo di un lampadario verde gaytorade, il corpo vitreo di uno sciamano di cartapecora.

In questo pezzo, a parlare è Dilis, uno dei personaggi che risaltano di più, ma non capisco come mai i dialoghi non sono contrassegnati da virgolette, è tutto un enorme casino.

La ragazza gallese… tossica e deficiente. Se tu gli scoperchiassi il cranio con una rotella per pizze e ci sputassi dentro, funzionerebbe comunque meglio dei suoi standard, dice sempre lui”.

La prosa e i dialoghi non si distinguono, sempre in tema con l’astrattismo, così il lettore non capisce subito (oppure mai) chi stia parlando, cosa stia avvenendo, perché succeda una determinata cosa, dove sia ambientata la scena, se ci sia effettivamente una scena o se sia tutto un delirio. A un certo punto ti chiedi se stai davvero leggendo un libro o se stai facendo un sogno bizzarro e sconclusionato. A volte vengono descritti dei personaggi, delle comparse, e gli affari loro come se al lettore importasse qualcosa.

Inni uniformi di sirene sintetiche, sterili come il canto piatto e trasversale delle anfetamine in lancio verso l’orbita cerebrale.
L’Olimpo è un sito hentai per cattolici in menopausa. / Pioggia torrenziale, conta le gocce, CONTA LE GOCCE! / Qualcuno tappi la bocca al lama di YouTube… / mamma non posso morire sono sotto antibiotici AHAHAHAHAH allarga i denti e strappati via le tonsille, il midollo spinale come katana…

Quest’ultimo pezzo pare il delirio di un pazzo. Ho sperato quindi che le sirene sintetiche venissero ad arrestarlo.


Ho riflettuto su questo libro e sono giunta alla personale conclusione che l’autore, probabilmente, aveva intenzione di rendere la sensazione di Copenaghen, attraverso una serie di frasi legate più alla sfera emotiva, che a quella descrittiva. Purtroppo penso che sia un genere apprezzabile davvero da poche persone e che, personalmente (come già sottolineato all’inizio), mi ha fatto storcere il naso. Troppo nonsense per i miei gusti. Ho preso così tante note, all’interno del libro, che a momenti superavano le parole del libro stesso. È comprensibile la sperimentazione di questa atmosfera astratta da parte dell’autore. Il libro non è scritto male, ma, essendo apposta confuso, porta il lettore ad annoiarsi e a perdere l’interesse per la lettura.

Potrei andare avanti all’infinito nel citare pezzi che non hanno né capo né coda, ma evito di farlo. Se volete potrete leggerlo voi stessi. A dire il vero credo sia inutile continuare a commentare questo libro sulla base del canone letterario che ormai ho adottato e reso mio. Si tratta di qualcosa di diverso, di un pezzo avanguardistico. Lascerò le critiche professionali a chi è più esperto di me nel campo.

So che vi sembrerà bizzarro, ma vi consiglio di leggere questo libro prima di giudicarlo, perché non leggendolo non potrete capire che cosa sia effettivamente. Avrete solo le mie parole, a testimonianza di quello che ho provato io (che l’ho letto fino alla fine): ovvero tanta confusione e noia. Inoltre, se l’astrattismo vi affascina, avrete trovato un pezzo letterario che fa per voi.


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Margherita A. Terrasi

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