• Maggie

Il mistero del bosco delle fate

Aggiornato il: 7 apr 2019



«Tutti mi consideravano un ragazzo coraggioso. Quello che non si spaventava delle altezze, che non temeva gli insetti e le bestie selvatiche, il salvatore di fanciulle, il matto che si gettava a capofitto in qualsiasi impresa. Sono sempre stato quel tipo di ragazzo impetuoso e sopra le righe. Nulla poteva spaventarmi, perciò mi calai in quell’impresa senza pormi troppe domande. Il vecchio bosco delle fate era stato abbandonato già da tempo. Le voci che giravano riguardo a ipotetici spiriti dei suicidi e dei morti di morte violenta che lo infestavano avevano tenuto alla larga le persone per anni. Io appartenevo alla nuova generazione, quella che agli spiritelli non ci credeva proprio, anzi ci scherzava su. Se qualcosa infestava il bosco era la puzza di legno umido. Era così poco attraente ai miei occhi che l’unica cosa che mi spinse ad addentrarmici fu la scommessa che feci con i miei cari amici Beppe e Gianni. Maledetti idioti. Se non fosse stato per loro forse nulla di tutto questo sarebbe avvenuto. Ma cosa sto dicendo, la colpa è solo mia e della mia stupida imprudenza.

A cuor leggero varcai l’ingresso segnato dalla fila di pini che separava la radura dal bosco delle fate. A guidarmi c’era solo un’antica e sottilissima strada sterrata, che saliva e saliva per una ripida scalata. Avrebbe dovuto portarmi in cima alla colma, lo sapevo bene, perciò non la temevo. Cominciai la mia salita con leggerezza. Non mi sentivo solo, perché ad accompagnarmi avevo il canto dei passerotti e il suono acuto di un’upupa, che sembrava volermi seguire per tutto il tragitto. Dio solo sa come mai mi addentrai in quella foresta la sera, quando il sole stava calando coprendo di buio la campagna. Stavo per raggiungere il centro del boschetto, quando mi accorsi che i suoni si stavano affievolendo. Mi fermai un attimo per accertarmene e mi resi conto per la prima volta di essere solo. In un primo momento non fu un problema, avanzai ancora senza pensarci troppo, ma dentro di me quella consapevolezza si faceva strada quando anche il suono della brezza che accarezzava le fronde scomparve. Ero convinto che un po’ di silenzio non mi avrebbe fatto alcun effetto, dopotutto avevo fatto ben di peggio, avevo scalato la grondaia di un condominio fino al tetto. Non avevo nulla da temere.

Arrivato ormai al terzo quarto del bosco, cominciai a sentirmi strano. Mi fermai e ricordo tuttora il terrore che provai quando mi resi conto che non sentivo più nemmeno il suono dei miei passi. Inizialmente pensai che fosse un’allucinazione. Forse avevo respirato qualcosa che non dovevo. Ancora oggi mi vengono i brividi a pensarci, nonostante sia passato così tanto tempo. Ero l’anti-superstizione, detestavo anche solo pensare che potesse esistere qualcosa al di fuori di ciò che vedevo o che la scienza mi potesse spiegare. Eppure non sono mai riuscito a trovare una spiegazione logica a ciò che percepii quella notte. Anche la luce del sole mi aveva abbandonato del tutto. Accesi la torcia elettrica e continuai. A consolarmi c’era il pensiero che i miei amici mi stavano aspettando alla locanda di Martina sulla colma, pronti ad applaudire la mia prova di coraggio e ad offrirmi la mia birra preferita, la più fresca e saporita di tutto il paese.

Il buio mi aveva rallentato, ma non mi fece perdere d’animo. Fu la prima volta però che mi trovai in conflitto con me stesso. Prima di allora non avevo mai desiderato tornare indietro, non sapevo nemmeno che cosa volesse dire. Una volta che iniziavo qualcosa la finivo senza remore. Credevo che mi sarei abituato al silenzio, povero stolto. Non riuscivo a sentire nemmeno il battito del mio cuore, camminavo a ciondoloni come un morto vivente. Quella fu la prima volta che provai davvero paura. Non era possibile che non percepissi più il mio stesso corpo. Per l’ansia posi una mano sul mio petto, mi mancò il respiro. Forse ero già morto, perché i miei polmoni si gonfiavano ma non li sentivo. Chi sa se i fantasmi continuano a respirare per automatismo dopo il trapasso, pensai. Diedi uno sguardo al mio orologio da polso e mi accorsi che mi ero bloccato da quasi venti minuti. Di quel passo avrebbero creduto che avessi desistito. Non potevo arrendermi, il bosco mi stava mettendo alla prova e io dovevo superarla a tutti i costi. Era questione di vita o di morte, la sfida che preferivo più di ogni altra. Mettere alla prova la mia autoconservazione era ciò che mi faceva sentire vivo. Vivo, non un cadavere ambulante. Non ero mai stato così perso e così spaventato. Ero circondato dal buio e non sentivo il suono del mio corpo che si muoveva, del mio cuore che si agitava. Niente. Non avevo mai avuto paura del buio prima di allora. Mi sentivo debole e dovetti sedermi su di una radice sporgente. Mi vengono i brividi al solo pensiero di ciò che vidi allora. Girandomi illuminai ciò che stava alle mie spalle e vidi un’ombra che mi si avvicinò con passo felino. Urlai terrorizzato quando la vidi balzarmi addosso, provocando la mia caduta con la schiena a terra. Scossi per qualche secondo le braccia, ma quando riaprii gli occhi non c’era più. Mi alzai di scatto e recuperai la mia torcia desideroso di uscire da quel luogo orrendo il prima possibile. Avrei dovuto raggiungere la fine del bosco già da un po’ di tempo, ma non fu così. Avevo la netta sensazione di aver sbagliato strada e di essermi perso nel buio. Non potei credere di essermi distratto per così poco, io che riuscivo a mantenere sempre la concentrazione, che non mi lasciavo scalfire da nulla. Credo di aver rimosso per quanto tempo corsi, ero impazzito dalla paura alla visione di quella creatura deforme che mi aveva aggredito con tanta foga. Ricordo che ad un certo punto ero così stanco che mi costrinsi a fermarmi per riposare. Per fortuna ricominciai a percepire il battito del mio cuore, il mio respiro, poi il suono dei miei piedi sul terriccio. Per un attimo fui in grado di calmarmi, ma quando alzai lo sguardo era lì, davanti a me. Sobbalzai e inciampai in una piccola radice, ritrovandomi a terra. Non avevo nemmeno più la forza di gridare. L’essere era sempre più vicino, sentivo il suono delle sue veloci zampe, quando finalmente uscì dall’ombra.

Davanti a me c’era un grosso tasso. Un fottuto tasso che mi ringhiava addosso. Presi un grande respiro, raccolsi un ramo abbastanza spesso e glielo sventolai davanti, facendolo indietreggiare. Fregato da uno stupido tasso. Toh.»

«Poi sei riuscito ad uscire dal bosco?», chiese la mia nipotina.

«Non sarei qui per raccontarti questa storia altrimenti», confermai fieramente. «Il nonno supera ogni ostacolo»

«Anche i tassi», ghignò mio nipote, che aveva otto anni e si credeva il più furbo di tutti.

«Sottovaluti la pericolosità di un tasso molto arrabbiato»

«Scommetto che ti sei inventato tutto», ribatté lui.

«Cosa scommettiamo?», lo sfidai.

«Cinque euro, più un gelato»

«Sei proprio un uomo d’affari. E se facessimo un gelato gratis e un giretto alla sala giochi?».

Fummo subito d’accordo. Lo capivo al volo quel ragazzino.


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Margherita A. Terrasi

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Autrice e grafica, Milano

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