• Maggie

Il vento e Asia



«Asia. Copriti bene la faccia. Quante volte te lo devo dire»

La mamma prese l’iniziativa al suo posto e le sistemò la sciarpa. Asia era infastidita, con la sciarpa davanti al naso respirava male e i pelucchi le solleticavano sempre la bocca. Appena la mamma si distraeva, ne approfittava per respirare una boccata d’aria e poi nascondersi di nuovo.

«Siamo arrivati?»

Stavano facendo il solito tragitto di ritorno dalla casa della nonna. Non c’erano molte persone sull'autobus, l’ideale per mettersi a ballare nel mezzo del corridoio, come faceva spesso appena ne aveva la possibilità.

«Manca una fermata. Stai buona, qui».

Sua madre era facilmente irritabile in quel periodo, le bastava parlare un po’ più del solito e la sgridava. Rimase seduta e ferma, cercando di concentrarsi sul paesaggio che scorreva veloce fuori dal finestrino. Il cielo era grigio e si vedevano perlopiù edifici. Niente di interessante.

«Siamo arrivati?»

«Sì» sua madre sembrò sollevata nel darle questa risposta.

Si alzarono e uscirono dall'autobus. Fuori faceva freddo rispetto al tanfo caldo che avevano respirato sul mezzo. Il vento le scompigliò impertinente i capelli, era così forte che sembrava volerla trascinare via. Chissà dove l’avrebbe portata se ci fosse riuscito.

«Mamma, dove va il vento?»

La donna la guardò sottecchi, incerta di aver capito la domanda.

«Va a casa sua… dove dovrebbe andare?»

Asia rimase in silenzio. Aveva sperato in una risposta interessante, perciò fu delusa. Forse il vento voleva portarla con sé a casa sua, per farle vedere dove abitava.

«Dove abita il vento?» esordì poco dopo.

«In un posto molto lontano da qui»

«E che succede se ti prende?» continuò.

«Come mai queste domande?»

«Così»

«Devi fare attenzione. Quando soffia così forte vuol dire che è arrabbiato»

«Perché?»

Sua madre sospirò «Perché sì».

Asia sbuffò a sua volta.

Raggiunsero la palazzina dove abitavano, era impossibile non distinguerla, perché era l’unico condominio grigio in tutto il quartiere. Asia continuò a chiedersi come mai il vento fosse così arrabbiato, ma non osò chiederlo di nuovo alla mamma. Le chiavi erano nella serratura. Forse qualcuno l’aveva trattato male. Si sentì il sonoro “Clac, clac” delle mandate che si sbloccavano. Guardò in alto, attraverso la finestra del corridoio si poteva vedere il palazzo più alto del quartiere. Forse era così alto da punzecchiarlo, per quello il vento era infastidito.

«Mamma»

«Che c’è?»

«Sono i palazzi che danno fastidio al vento?»

«Cosa… Non ho tempo adesso, Asia. Mamma deve lavorare».

«Oggi non sei a casa?»

«Sta arrivando papà. Hai già mangiato dalla nonna?».

«Sì».

La mamma indagò, come al solito, se la nonna le avesse dato da mangiare le cose giuste. Spesso si dimenticava delle sue intolleranze, a volte anche delle sue allergie. Controllò bene, non si sa mai, che non avesse pustole o arrossamenti sulle braccia e sul collo.

Nel momento esatto in cui arrivò papà, la mamma li salutò di sfuggita e scappò. Ogni volta doveva correre via, era sempre in ritardo.

«Ciao papà!»

«Eccola! La mia bellissima. Cosa facciamo oggi?»

«Papà, posso chiederti una cosa?»

«Certo. Chiedi pure. Il papà sa tutto»

«Sai anche come mai il vento è così arrabbiato?»

L’uomo parve colto di sorpresa dalla domanda stravagante, ma Asia sapeva che aveva sempre una risposta per ogni cosa, perciò attese fiduciosa il verdetto.

«Sai… è permaloso. A volte soffia più forte perché ha bisogno di attenzioni»

«Come fai a dare attenzione al vento?» Asia rise, dentro di sé sapeva che era una domanda sciocca, ma voleva sentire lo stesso la risposta di suo padre.

«Non puoi. Nessuno è mai riuscito a parlarci»

«È proprio antipatico» concluse la bimba, sedendosi finalmente sul suo lettino.

«Che ti va di fare, scricciolo?»

«Passeggiata!»

«Con questo vento… Forse è meglio restare a casa».

Inutile provare a convincerla, ormai la piccola Asia aveva deciso di uscire e così sarebbe stato. Fecero un giro veloce al parchetto. Il vento le fischiava nelle orecchie, come nel tentativo di dirle qualcosa di importante. In quel momento una foglia tinta di un verde sporco le cadde davanti. Lei la raccolse, convinta che dovesse significare qualcosa e se la portò dietro.

«Per quanto rimarrà arrabbiato, il vento?»

«Copriti bene il naso, che fa freddo» la rimproverò il papà.

«Io sono coperta!» si lamentò lei «Guarda papà» gli mostrò la foglia gialla caduta «Secondo te è arrabbiato con le foglie?»

«Sicuramente, guarda come sono colorate. Il vento è geloso dei loro colori»

«E le fa cadere per questo?» sbuffò Asia.

Lui annuì «È la ragione per cui il vento, che è trasparente, in autunno si colora di giallo, arancione, rosso e tanti altri colori. Usa i colori delle foglie per mostrarsi a noi».

Asia ci pensò un attimo. Suo padre non aveva tutti i torti, anche se ormai era quasi primavera. Il vento voleva solo essere notato, perciò aveva bisogno di prendere forma grazie alle foglie. “Forse il vento sta solo cercando di parlarmi” pensò. Rimase qualche minuto a osservare incuriosita le venature della fogliolina, quando le parve di udire un suono. Sembrava una voce. Il vento soffiò nuovamente, buttandole i capelli sciolti in faccia. “Mi senti?” pareva dire. Asia si guardò intorno, ma non vide nessuno.


Quella sera, attese la fine della sua fiaba preferita, quando suo padre sarebbe andato a letto, poi si alzò e sbirciò fuori dalla finestra. Era buio pesto, tranne che in un punto dove la strada era illuminata da un lampione. Fu allora che lo vide: un insieme di pezzi di foglie, di petali e rametti che vorticavano, intrappolati in un mulinello. Erano in costante movimento, ma le sembrò che stessero assumendo una forma. Quella di un bimbo. “Mi senti?”, il vento soffiò così forte da scuotere i grossi pini davanti a casa sua. Asia annuì. Ebbe la sensazione che il bambino le stesse sorridendo. Quindi scomparve e le foglie caddero a terra.

«Perché non possiamo andare all’asilo?» chiese alla mamma.

Quel giorno l’autobus era più pieno del solito, e sua madre più nervosa.

«Perché ti ammaleresti».

La bimba sbuffò «Ma io voglio vedere i miei amici».

«Devi essere paziente, anche loro sono a casa con le loro famiglie ora».

Asia si fece più silenziosa. Non era divertente come una volta parlare con la mamma.

«E perché io devo andare dalla nonna?»

«Perché mamma e papà devono lavorare».

Una voce meccanica recitò “Via Pascoli – Via Morandi”. Due uomini e una donna scesero dal bus. L’unico divertimento di Asia era diventato osservare la strada fuori dal finestrino. Si coprì bene la bocca con la sciarpa, prevenendo la sgridata della mamma. Appena i passeggeri scomparvero ai lati dell’autobus, intravide un mulinello di piccoli petali crearsi, il vento scosse un’ultima volta le fronde degli alberi. “So che esisti” pensò Asia, immaginandosi di stare simpatica al bambino visto la sera prima.

«Oggi passerà» sentenziò la bimba.

«Cosa?»

«Il vento».

La mamma sospirò, forse perché stava pensando ad altro.

Come ascoltando le parole di Asia, il vento si placò, saziato dalle attenzioni della bimba. Fuori dal finestrino si intravedeva il fiume. Sulla sponda opposta vi era una stretta fila di edifici di dimensioni differenti, dominati da colori caldi. Quelle forme si riflettevano nell’acqua, facendo apparire il fiume più colorato. Il cielo era coperto da dense nubi grigie. Sembrava dovesse piovere da un momento all’altro.




Racconto scritto per il COWT10 di Lande di Fandom, sto meditando se farne un pezzo più lungo o lasciarlo così e aggiungerlo comunque alla raccolta "Racconti per gli gnomi", racconti con protagonisti bambini. Ditemi che ne pensate, se potrebbe essere valido o è meglio rinunciarci.

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ADMIN

Margherita A. Terrasi

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Autrice e grafica, Milano

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