• Maggie

"La paura torna sempre" - Recensione



Oggi parliamo di “La paura torna sempre. Ma stavolta finirà il lavoro” di Claudia Torresan. Per me è stata una lettura interessante, ma un po’ turbolenta. Inizio col presentarvi l’opera.

Si tratta di un romanzo mystery, che racconta dell’indagine dell’ispettore Ivan Tedesco sul caso di un serial killer dal modus operandi particolare: egli fa in modo che le vittime muoiano soffocate in forme diverse. Il libro ha un ritmo lento ed è molto strutturato sui dialoghi.

Cito solo Ivan perché, secondo me, quest’ultimo è il reale protagonista del libro. Ho notato una preferenza da parte dell’autrice nei suoi confronti. Risulta essere il più sveglio e intelligente tra tutti gli agenti. Lui è il vero leader, anche se la Torresan ha provato a nasconderci questa sua caratteristica dietro una proverbiale insicurezza e aggressività nei confronti delle persone che non gli vanno giù.

Gli altri personaggi fanno un po’ da cornice. Ogni tanto intervengono per farlo stare meglio, lo fanno risollevare dall’abisso di autocommiserazione in cui cade. È questo il loro scopo. Ivan è quello che ha le idee, è quello che ha le intuizioni “geniali”. Anche quando gli altri gli danno una mano è sempre lui che prende le decisioni e sceglie di perseguirle. È un personaggio che non ha bisogno del lettore per portare avanti la sua storia. Lui se la cava da solo. Tant’è che arriviamo alla fine che lui ha risolto da solo il puzzle del seriale, deliziandoci solo a questo punto con la spiegazione sulle ricerche che ha svolto. Svolto con altri colleghi, sì, ma senza di noi. Tant’è che a quel punto ci sentiamo traditi almeno quanto il povero Oreste, il suo amico e collega lasciato all’oscuro. Questa è una peculiarità del libro che non mi piace molto. Mi ha fatta sentire esclusa dall’indagine, come se anche io facessi parte di quella cornice di agenti che impazziscono in attesa della cattura del killer, ma senza poter fare niente. Forse era questa l’intenzione dell’autrice: farti percepire l’ansia, la suspense, attraverso l’attesa snervante. Poteva essere un’idea narrativa carina, ma resta un altro problema: il libro è davvero lungo e pieno di momenti vuoti, in cui non succede niente o perlomeno nulla di rilevante in quel momento per la trama. L’attesa snervante è condita di nuovi omicidi da parte del seriale e di dialoghi tra Ivan e altri personaggi, che cercano di tirarsi su il morale a vicenda. Nessuno pare trovare prove interessanti. Gli effettivi indizi sono pochi. L’autrice gioca con te e ti gabba con talento, ma lo fa con poche prove a disposizione del lettore, non permettendogli di fare delle speculazioni su chi possa essere il colpevole. Inoltre, alcuni indizi non si sa come possano attivare delle accuse formali su determinate persone. Ad esempio, la famosa sciarpa, chi mi dice che fosse stato il “paninaro” a perderla? C’è una macchia della sua salsa, questo è vero, ma nessuno si è posto il problema che chiunque avesse acquistato un suo panino potesse aver macchiato la propria sciarpa con quella salsa? Solo dopo scopriamo che quest’ultimo è in qualche modo collegato alla vittima, ma comunque non riesco a comprendere il collegamento della sciarpa, davvero troppo vacillante per arrestarlo (soprattutto per arrestarlo come sospetto serial killer). Queste sono quelle sottigliezze che mi hanno fatto dubitare dei personaggi e della loro intelligenza. Tant’è che a un certo punto ho pensato “Va bè, sarà la signora Pia il serial killer. Lei e i suoi manicaretti non me la raccontano giusta”. Ovviamente l’ho detto con ilarità, perché alcune accuse così dirette per me non avevano senso logico. Anche l’accusa contro l’allenatore non mi ha convinta. Aveva il movente per uccidere la sua allieva, ma non era collegato con nessun altra vittima. Che senso ha quindi accusarlo di qualcosa di tanto grave? La cosa che mi lascia più perplessa è che quest’ultimo avrebbe anche potuto uccidere la sua allieva, tanto i protagonisti avrebbero sicuramente incolpato di tutti gli omicidi il seriale per disperazione, mica lui.

In alcuni momenti vuoti del libro vengono descritte delle pause dal lavoro, dei momenti tranquilli tra i protagonisti. Alcune di queste “pause” avranno rilevanza alla fine, certo, ma al lettore non viene dato nemmeno il minimo segno di ciò. Nei mystery quello che diverte il lettore è il fatto di ricevere in continuazione indizi, che magari all’inizio sembrano di poco conto, ma che alla fine provocano quell’effetto “Wow”, di sbalordimento, di soddisfazione per essere arrivati finalmente alla risoluzione dell’enigma. Esperienza che purtroppo in questo libro non ho avuto. Certo, il finale è carino, ma doveva arrivare prima, oppure dovevamo arrivarci più gradualmente, accompagnando Ivan nel suo percorso di apprendimento. Mi sono sentita tradita, più che sorpresa, appunto.

Secondo me, questo libro merita almeno tre stelline perché le basi sono davvero carine. Mi è piaciuto molto lo stile della Torresan, che descrive le scene attraverso il dialogo tra i personaggi. Un dialogo realistico e intenso. L’introspezione con cui tratta i personaggi, anche i secondari. La ricerca dei loro pensieri, delle loro paure. Per non parlare del modo in cui ti cattura questo romanzo. L’ho finito in due giorni, che per me equivale ad averlo mangiato in un sol boccone.

Questo mostra il reale potenziale del libro, che secondo me avrebbe potuto essere ancora migliore con qualche accorgimento, qualche taglio, o qualche piccolo indizio sull’indagine “segreta” di Ivan. La Torresan fa percepire che qualcosa non va, quando descrive il distacco di Ivan sul lavoro, che viene interpretato da tutti come un “momento difficile” per l’ispettore. Io stessa sono cascata nella trappola, spezzo una lancia a favore dell’autrice. Si percepisce una scrittura matura e già rodata probabilmente per questo genere di narrazione. Il problema è che questo è l’unico indizio che il lettore avrà a disposizione per intuire qualcosina sul finale. Ce ne sarebbero potuti essere molti di più, secondo me. L’autrice poteva mostrarci le osservazioni di Ivan, attraverso i suoi stessi occhi, quando fa visita ai suoi amici, per poi lasciare che anche il lettore facesse da sé le sue congetture.

Mi dispiace davvero tanto di dover dare un voto “medio” a questo libro, perché bastava poco per alzare l’asticella. Poco per rendere il finale più soddisfacente per il lettore. Ivan avrebbe dovuto essere il protagonista e noi avremmo dovuto seguirlo nei suoi ragionamenti, nei suoi dubbi, nei suoi piani, magari scoprendo che la realtà non era come se la immaginava lui, arrivando alla fine con il colpo di scena spacca mascelle. Il potenziale c’era eccome! Forse così avrebbe funzionato meglio. Scrivere un mystery non è affatto facile, per questo spero che Claudia Torresan ne scriva tanti altri, ancora meglio strutturati di questo. Le basi le ha tutte per essere una squisita narratrice di questo genere letterario.


Stelline classifica personale:

★★★☆☆


Trama


Un uomo viene trovato ucciso, con la testa in un sacchetto di plastica. Un regolamento di conti di stampo mafioso? Un ragazzo viene trovato chiuso nel suo garage, seduto in macchina e con in bocca una cannetta collegata al tubo del gas di scarico. Sembra il classico tentativo di suicidio. Una giovane si strozza facendo colazione, perché il cibo le è andato di traverso. Si tratta sul serio di un terribile incidente? Una ragazza, esperta nuotatrice, viene trovata senza vita nell’acqua della piscina di casa sua. Sarà stata colpa di un malore inaspettato? Dell’abuso di sostanze dopanti? Spetta all’ispettore capo Ivan Tedesco trovare cosa si cela dietro questi decessi, troppo ravvicinati per essere casuali, ed in cui forse la realtà è stata volutamente mascherata perché la interpretassero nella maniera sbagliata. Realtà ed apparenza potrebbero essere totalmente differenti. Solo un’analisi accurata permetterà ad Ivan di risolvere il caso. E questa indagine lo porterà a dover compiere scelte difficili, anche perché ne verrà molto toccato sul lato personale.


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Margherita A. Terrasi

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Autrice e grafica, Milano

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