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"Parallax" di Ivan Catania - Recensione

Aggiornato il: 2 ago 2019

“Parallax” è un breve libro di fantascienza, con qualche sfumatura cyberpunk, che narra di un futuro distopico in cui l’umanità si è quasi estinta e il pianeta è stato salvato per un pelo dallo scontro con un asteroide. Questo asteroide è stato adagiato sulla superficie del pianeta ed è ricco d’oro. I personaggi principali sono Lucas, l’uomo più ricco e potente della Terra, Davina la sua assistente, Trevor amico di vecchia data di Lucas (che fin dall’inizio ci viene descritto come geloso del suo primato), il dottore Ghizopoulos (praticamente lo scienziato pazzo) e per ultimo Daniel, amico di Lucas che investigherà sul suo caso. Lucas è un uomo buono e generoso, pronto a donare tutta la ricchezza ottenuta con l’asteroide al mondo intero, mentre Trevor è taccagno e crudele, la sua antitesi praticamente.

All’inizio del libro avviene un omicidio. Giulia, la moglie di Lucas, viene uccisa apparentemente dallo stesso Lucas. Qui ha inizio un’indagine che porterà a scoprire diversi segreti dei personaggi. Uno dei colpevoli lo conosciamo fin dall’inizio, ma solo alla fine ci verrà rivelato da chi è stata realmente uccisa Giulia.

La soluzione della storia non mi è piaciuta. Trovo che lo stratagemma del viaggio dimensionale sia troppo banale. I personaggi sono eccessivamente piatti. L’unico personaggio degno di nota è Giulia, che si è dimostrata diversa da come l’ho considerata all’inizio. Probabilmente avrei trovato il tutto molto più interessante se il reale colpevole dell’omicidio fosse stato Lucas stesso, rivelandosi meno innocente di quello che volesse far apparire. La cosa che mi ha convinta poco è stata che all’inizio Lucas e Trevor non sembrano dei reali antagonisti. Appaiono come amici, che ogni tanto discutono, e l’invidia di Trevor non sembra così forte da risultare pericolosa. Il libro è diviso praticamente in due parti: l’inizio in cui i personaggi sembrano realistici e la seconda parte in cui improvvisamente tutti quanti diventano o estremamente buoni, o estremamente cattivi. Konstantinos Ghizopoulos è un’altra figura che non mi piace. È praticamente uno scienziato pazzo (inteso come il classico scienziato onnisciente), perché è abbastanza anomalo che in una sola mente coesistano ampissime conoscenze di varie tipologie di scienza. Lui s’intende di anatomia, di medicina, di meccanica quantistica, di fisica, di cibernetica e tante altre discipline che in una persona sono impossibili da racchiudere, anche per il più grande genio. Il dottor Frankenstein aveva più senso di questo personaggio, proprio perché egli era di buona famiglia e si era potuto permettere di studiare per tutta la vita le scienze che lo affascinavano di più. Ghizopoulos invece, da quello che ho capito io, proveniva in origine dall’Outside, che nel libro è intesa come una zona, limitrofa a dove si svolgono i fatti, molto povera del piccolo mondo descrittoci. Come può quindi un personaggio che ha vissuto una buona parte della propria vita in mezzo alla povertà acquisire conoscenze tali da: creare navi spaziali con raggi traenti capaci di bloccare un asteroide intero, progettare sistemi anatomici cibernetici per migliorare la qualità della vita dei più fortunati, come anche rendere fertili le donne sterili, oppure sostituire interi apparati anatomici. Ho presunto che lavorasse in team con altri geni, ma questi non si sono mai fatti notare nel libro, lasciando l’idea che lavorasse da solo sulle sue invenzioni.

Mi piace il cyberpunk e posso comprendere che trattandosi di un genere fantasy sia effettivamente più elastico. Però non sopporto quando i personaggi non hanno un carattere ben definito e sono bianchi, grigi o neri (le mille sfumature di grigio che fine hanno fatto?).

Sembra quasi un romanzo scritto in fretta. Da scrittrice capisco le problematiche che si possono avere nella stesura di un libro. All’inizio riesci a inquadrare per bene la situazione, ma man mano che vai avanti tendi a perderti e a stancarti, finendo col rendere il tutto molto meno originale e più scontato di come ti aspettassi. Credo che il problema sia proprio questo. Potenzialmente come fiaba cyberpunk poteva essere interessante se fosse stata sviluppata meglio.

Un lato positivo è che il libro è breve e autoconclusivo. Non è facile concludere una storia in un centinaio di pagine, soprattutto se si tratta di un romanzo di fantascienza e di indagine che richieda, per questa ragione, una lunga progettazione degli eventi prima della stesura. Il tipo di narrazione è simpatica, la lettura è fluida e non stanca. Spezzo una lancia a favore dell’autore in questo caso.

Purtroppo ho notato che la correzione di bozze non è stata accurata, infatti il testo è pieno di errori di battitura, che sono i primi in genere che si scovano in fase di rilettura. Un altro dettaglio che mi ha fatto storcere il naso è il fatto che i pensieri dei personaggi non sono in alcun modo separati dalla prosa (nemmeno messi in corsivo). Perciò è difficile capire in alcuni punti se quello che si sta leggendo è il pensiero di un personaggio, o l’azione del personaggio. Non esiste un protagonista principale, eppure i pensieri non vengono separati in qualche modo (tramite paragrafi o capitoli) per permettere al lettore di comprendere immediatamente chi si stia facendo gli svarioni. All’inizio forse la storia è un po’ troppo statica e si basa per la maggiore sulla reazione emotiva dei personaggi alla morte di Giulia. Questa situazione però dura troppo e l’azione d’indagine reale comincia oltre la metà del libro, a mio parere un po’ tardi.

Tiriamo le somme, il libro non è un granché. Sicuramente aveva un buon potenziale per essere un racconto interessante, ma l’autore non ha saputo sfruttarlo appieno. Come al solito specifico che si tratta della mia opinione, che aimè non può essere sempre positiva. La melodrammaticità dei personaggi non mi piace, perché personalmente amo le storie con dei personaggi ben costruiti, con una loro psicologia (non necessariamente complessa, ma presente almeno e con una sua logica). Trevor non sembra avere alcun punto debole e alla fine del libro pare uno psicopatico che mira solo alla posizione di potere dell’ex amico. Fin dall'inizio ho capito che sarebbe stato colpevole, anche perché tutti gli altri personaggi lo pensavano. Lucas è troppo buono, quasi ingenuo. Vuole donare a tutti la ricchezza ottenuta, senza calcolare chi possa effettivamente sfruttare quella ricchezza in modo positivo e chi invece potrebbe avere cattive intenzioni. Contando che il mondo che lo circonda è estremamente povero, non mi sembra il modo migliore di risolvere la situazione donare a tutti la stessa quantità di lingotti d’oro, piuttosto che affidarli a figure fidate che aiutino gli altri e che sono predisposte a migliorare la qualità della vita di tutti, non dei singoli individui. Un uomo del genere al potere sarebbe quasi più pericoloso di un dittatore. Insomma, Trevor un essere schifoso e Lucas un angelo. Lucas vuole donare tutta la ricchezza acquisita, finendo col dare eccessivo potere economico a persone che non sarebbero state in grado di gestire bene quei soldi, o li avrebbero usati solo per sé stessi (l’egoismo umano non avrà mai fine) non migliorando per davvero quindi la qualità della vita di tutti. Come può una visione distopica del mondo, che può essere quindi da un certo punto di vista più realistica, avere tra i protagonisti un uomo che non sembra avere alcun pregio e uno che non ha alcun difetto? La distopia che si va a scontrare con una utopia, ciò non fa che confondere il lettore, che non capisce quale identità il libro voglia adottare.

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Margherita A. Terrasi

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Autrice e grafica, Milano

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