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L’Âge Mûr Nié, Lettere di Camille Claudel: Recensione



È una drammaturgia scritta da Maddalena Mazzocut-Mis, interpretata da Federica D’Angelo e basata sulle Lettere di Camille Claudel, giovane e talentuosa scultrice della seconda metà dell’Ottocento, che gli autori descrivono così: «Creatrice di forme, Camille Claudel lavora con le mani e con il cuore». La presentano come una donna che ha «nella testa e nel cuore ‘del genio’». Si percepisce fin da subito l’affetto che l’autrice prova nei confronti di questo personaggio, Camille, sorella del famoso poeta Paul Claudel, ma che nonostante la sua poca influenza riesce, grazie al suo talento e al suo forte carattere, a tenergli testa. Amante del celebre artista Rodin, con il quale sviluppa una relazione non poco travagliata. Alla fine viene abbandonata da tutti e lasciata marcire in un manicomio fino alla fine dei suoi giorni. Per quale ragione? La sua unica colpa era stata quella di essersi dimostrata una donna che non era fatta mettere i piedi in testa da nessuno. Una donna che sapeva quello che voleva. Il personaggio di Camille, all’inizio del monologo, ci viene presentato con il volto di Federica D’Angelo. Riusciamo a percepire il suo dolore e il suo rancore. La piccola stanza del Teatro Franco Parenti ci consente di guardare l’attrice direttamente negli occhi. Occhi che paiono trasmettere le vere emozioni di Camille, la sua forza, la sua bellezza e i suoi problemi. Lo spettatore, in una distanza così ravvicinata, si sente parte della storia, si sente continuamente interpellato dalle domande poste dal personaggio durante la rappresentazione. Domande che non avranno mai risposta, ma che scavano nella coscienza di chi guarda, quasi cercando esse stesse una soluzione. Francesca, ovvero Camille, tira fuori tutta la forza del suo personaggio e la mostra genuina allo spettatore. Alle sue parole e ai suoi frenetici movimenti risponde nel pubblico una sensazione di comprensione, allo scuotere delle sue mani nell’acquario al centro della stanza una sensazione di tensione, effetto causato anche dalla finta medusa al suo interno, chiaro simbolo del personaggio (infatti Camille rappresenterà sé stessa come Medusa, la Gorgone che verrà uccisa da Perseo). Il monologo della drammaturgia è scritto sapientemente e con una vena di ironia legata alla figura di Camille che, già morta, racconta, urla le sue esperienze, il suo incredibile rancore, che perseguita ancora la sua anima arresasi al freddo. La donna è come un fantasma tormentato, che tira fuori tutta l’ira nei confronti di suo fratello, di sua sorella, di sua madre e di Rodin. Persone che lei aveva amato e che l’avevano abbandonata senza alcuna pietà al suo triste destino. La splendida regia trasmette un senso di dolce quiete. L’oscurità fa pensare al luogo freddo ove morì Camille. La calda luce che illumina la donna, quando legge e commenta le lettere, rilassa lo spettatore e lo trascina, accompagnato dalle parole dell’attrice, nel suo piccolo microcosmo. Il movimento creato dal posizionamento delle lucine sulla testa dell’attrice, a formare piano piano la testa della Gorgone, sono state un tocco simbolico che ho molto gradito, posto quasi ad indicare lo scorrimento del tempo durante la lettura delle lettere e, con ciò, la graduale trasformazione di Camille in quel mostro della mitologia greca. Non ho gradito particolarmente gli intermezzi musicali, ma ho intuito che potessero servire per dare ulteriore movimento alla storia. Ovviamente qualche piccola imperfezione c’è stata, nessuno spettacolo può essere perfetto, ma, nonostante ciò, io (come anche gli altri spettatori) sono rimasta così ipnotizzata dall’attrice e dalle sue parole, da non rendermene conto. Erano tutti così ammaliati dalla messa in scena che nemmeno gli schizzi d’acqua causati dall’acquario li hanno fatti smuovere.

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Margherita A. Terrasi

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