• Maggie

Recensione di "Cuore sordo" e intervista a Barbara Ghinelli

Aggiornato il: 23 lug 2019



( Per leggere l'intervista all'autrice vai alla fine della recensione! )

Avete presente quella strana sensazione che si prova quando finite di leggere le ultime parole di un libro e vi sentite svuotati, si potrebbe dire addirittura malinconici? Questa è la sensazione che ho provato una volta terminato “Cuore sordo”. Questo racconto di Barbara Ghinelli è un thriller coinvolgente che tratta la ricerca di un assassino seriale da parte della Squadra Omicidi della polizia di Roma, legando in modo geniale le storie di vari personaggi, tra i quali anche la storia di una ragazzina ebrea che ha vissuto gli anni tragici di Auschwitz durante la Seconda guerra mondiale.

« Il thriller è sempre stato un genere che apprezzo molto, in primis come lettrice. Mi piace la suspense, il mistero, cercare di capire quale possa essere il colpevole, per poi restare spiazzata alla fine. Adoro i finali mozzafiato, quelli che mi fanno esclamare: “Cavolo, e chi l’avrebbe mai detto?”. »

Ho amato l’intreccio di questo libro, i personaggi sono ben costruiti e complessi, hanno un carattere realistico e provano dei sentimenti umani. Si susseguono ad un ritmo rapido vicende delle vite dei personaggi protagonisti, tutti legati da un filo conduttore. In genere quando si scrive un libro di questa complessità si rischia di tralasciare degli aspetti importanti, curando più la storia e meno i personaggi, o viceversa.

« La primissima idea del libro è nata esattamente il 26 settembre del 2010, nel cuore di Parigi, un viaggio fatto con mia sorella Sabrina e che mi era stato regalato proprio da lei. Un viaggio meraviglioso e divertentissimo, tra l’altro. Il primo personaggio ideato era una bambina dalla pelle d’avorio, Ivory, che racchiudeva il sogno di ballare all’Opéra di Parigi. L’ispirazione l’ho avuta nel momento in cui i miei occhi si sono posati per la prima volta su questo splendido edificio, quando il pullman proveniente dall’aeroporto ci stava portando in centro, verso l’hotel. »

La Ghinelli invece riesce a mantenere il ritmo della sua “canzone” fino alla fine. La definisco canzone proprio perché il ritmo regolare della narrazione e la tendenza a ripetere le parole “cuore sordo” come un leitmotiv, o forse sarebbe più corretto dire mantra, mi hanno fatto spesso pensare al ritornello di un pezzo cantato. L’autrice deve avere una vena poetica molto forte. Ha trattato una tematica così complessa con grande delicatezza e studiato con impegno ogni tratto del romanzo. Si può dire che in questo libro è stato messo tutto il suo cuore. Un altro rischio nella scrittura di un intreccio così complesso è quello di rendere noioso il racconto e proprio in questo sta il talento della Ghinelli: riesce a mantenere un ritmo e una leggibilità stabili dal primo all’ultimo capitolo del libro. L’atmosfera di mistero e di suspense è costante.


Vorrei porre un ulteriore accento sulle ricerche svolte dall’autrice. Si ha la possibilità di leggere molti approfondimenti di antropologia forense, studio che l’autrice stessa afferma di aver compiuto nella lettera al lettore, sui cifrari e la decifrazione, sulla DPM (Disturbo di personalità multipla), ha svolto molti approfondimenti riguardo alla deportazione degli ebrei nei lager. Come noterete l’autrice non tratta argomenti semplici, eppure non lo fa con superficialità, ma con maturità e comprensione. Tutte queste informazioni di solito complesse per chi si trova al di fuori dall’ambito, risultano di facile comprensione e non appesantiscono per nulla la narrazione. L’autrice si dimostra molto empatica, sia nei confronti dei suoi personaggi, che in quelli dei lettori.

«Per Cuore sordo mi sono documentata moltissimo, proprio perché sono dell’idea che se si vuole scrivere di un certo argomento bisogna saperlo padroneggiare bene, è necessario studiare tanto. Le informazioni tecniche che ho descritto in Cuore sordo, tutte, non solo quelle riguardanti l’antropologia, sono oggetto di ricerche elaborate. Niente è inventato, o affidato al caso. »

La struggente verità dei lager è spiegata attraverso gli occhi di un personaggio di fantasia, una tredicenne ebrea sopravvissuta a quell’inferno. Un personaggio che intuiamo fin da subito essere molto importante e che rende ancora più forte la tensione del lettore, desideroso di scoprire quali siano i collegamenti tra le varie storie.

Non mi hanno molto convinta i pezzi ad inizio libro in cui possiamo leggere i pensieri dell’assassino, anche se non si possono considerare un elemento di disturbo, grazie al ritmo avvincente che caratterizza il libro. Personalmente ho capito chi era il seriale a pagina 216 (metà libro) eppure, e questa è una caratteristica della Ghinelli che mi ha fatta impazzire, ho pensato di avere torto fino a quando non ho raggiunto la fine. Ci sono molti elementi nella ricerca dell’assassino che portano a sospettare delle persone sbagliate e a ricredersi sulla propria posizione. Solo uno scrittore veramente capace è in grado di sviare il lettore a proprio piacimento all’interno della sua storia.

Sono rimasta positivamente colpita da questo libro e credo che meriti di essere conosciuto e letto da più persone possibili. Si tratta di un libro di pura bellezza, di un thriller ben riuscito e che non stanca, anzi fa venire la voglia di leggerlo di nuovo, un racconto che cela al suo interno molti segreti e che li svela al momento giusto rendendo genuina la sorpresa del lettore. Un libro che consiglierei a tutti gli amanti del genere. Personalmente sono orgogliosa di avere avuto la possibilità di recensirlo.

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Intervista all'autrice

Come ti è venuta l’idea di scrivere un thriller?

Il thriller è sempre stato un genere che apprezzo molto, in primis come lettrice. Mi piace la suspense, il mistero, cercare di capire quale possa essere il colpevole, per poi restare spiazzata alla fine. Adoro i finali mozzafiato, quelli che mi fanno esclamare: “Cavolo, e chi l’avrebbe mai detto?”.

Di conseguenza, anche come scrittrice, amo questo genere. Cosa resa ancora più vera e profonda dalla mia personale esperienza, avendo frequentato circa nove anni fa un master in antropologia forense, durato un anno. Alla fine ero così tanto entusiasta da questi studi che ho voluto inserire alcune di queste nozioni in un romanzo.

Come è possibile avere informazioni su una persona avendo davanti solo le sue ossa? Si può arrivare a stabilire l’età, il sesso, lo stile di vita? E capire come è morta? O di quali patologie era affetta in vita? Sono tutte domande le cui risposte si possono leggere in Cuore sordo.

Ecco perché una delle protagoniste, Lucia Costa, è proprio un’antropologa forense.


Quanto tempo ti è servito per sciogliere l’intreccio? Avevi già in mente tutte le storie o si sono disvelate a te durante la stesura?

Per rispondere a questa domanda voglio partire ancora a monte, dalla preistoria (non esageriamo, dai, non sono così vecchia). La primissima idea del libro è nata esattamente il 26 settembre del 2010, nel cuore di Parigi, un viaggio fatto con mia sorella Sabrina e che mi era stato regalato proprio da lei. Un viaggio meraviglioso e divertentissimo, tra l’altro.

Il primo personaggio ideato era una bambina dalla pelle d’avorio, Ivory, che racchiudeva il sogno di ballare all’Opéra di Parigi. L’ispirazione l’ho avuta nel momento in cui i miei occhi si sono posati per la prima volta su questo splendido edificio, quando il pullman proveniente dall’aeroporto ci stava portando in centro, verso l’hotel.

Da lì, giorno dopo giorno, sono nati altri elementi e pian piano ho cominciato a elaborare la trama. Mi è servito all’incirca un mesetto o poco più per mettere insieme tutte le idee che avevo in mente. Prima di iniziare a scrivere la prima stesura avevo già delineato tutto. Quando scrivo, io uso sempre questo metodo: tracciare una bozza per ogni capitolo, con una descrizione a grandi linee di cosa accadrà e in quale ordine. Mi è utile per gestire al meglio i vari colpi di scena.

Ciò non toglie che, durante la stesura, io decida magari di apportare qualche modifica a una storia piuttosto che a qualche personaggio.

Mi è capitato per esempio con il personaggio di Alex, uno dei poliziotti. Avevo scelto per lui una certa cosa, ma poi lui mi ha parlato e… le cose sono cambiate. Non voglio spoilerare nulla, però.

Quando hai sviluppato l’idea del serial killer?

Sempre prima di cominciare a scrivere la stesura, quindi durante la fase di elaborazione della trama e la ricerca delle idee. Mi sono detta: “Perché non complicare un po’ di più la faccenda?”. Ecco, l’idea del serial killer è nata proprio così.

C’è qualcosa del libro che non ti convince del tutto e qualcosa invece che ti piace tanto? Ti ritieni soddisfatta del tuo lavoro?

Dunque, c’è qualcosa del libro che non mi convince? Sì, tutto. A parte gli scherzi, io in generale non riesco mai a dire se un libro che ho scritto possa essere considerato un buon lavoro (e per buon lavoro intendo di qualità, un libro che possa piacere ai lettori). Dopo aver scritto alcuni capitoli, si, magari mi sentivo abbastanza soddisfatta (del tutto mai, sono del parere che si possa sempre migliorare) ma la mia domanda era: “D’accordo, a me può anche piacere, ma chi sono io? Può piacere a un editore? E agli eventuali lettori?” La risposta alla prima domanda la potete trovare nella prefazione di Cuore sordo e la seconda… bhe, me la direte voi dopo averlo letto.

Rispondendo alle prime due domande, invece, dico che mi piace molto lo sviluppo antropologico della storia, il lavoro di Lucia Costa, come è arrivata a capire le cose che ha capito. E poi anche il finale, il modo un po’ originale in cui ho deciso di svelare l’epilogo. Vi prego ditemi che vi ho incuriosito.

Sono un po’ dubbiosa sul numero dei personaggi (non sono pochi) e sul fatto che la trama sia ben ingarbugliata. Temo che questo possa limitare un po’.

Da cosa ti sono stati ispirati i personaggi e le loro varie vicende, ti rispecchi in loro?

L’ispirazione per Ivory è stata la prima a nascere, come spiegavo prima. Quella degli altri personaggi è nata dopo, prendendo anche spunto (ma solo per qualche tratto) da gente che conosco.

Mi riconosco in loro? Ni. Nel senso, non c’è nessun personaggio per cui, in toto, chi mi conosce possa dire: “Oh, questa è proprio Barbara”. Ma ad ognuno di loro ho regalato una parte di me, sia per gli studi sia per la personalità. Insomma, diciamo che mi sono divisa in tanti pezzetti che poi ho inserito in altri corpi, in altri cuori. Un po’ come gli Horcrux di Harry Potter, per chi ha letto la saga.

A Lucia ad esempio ho donato il mio percorso di studi, a Evangeline la passione per la scrittura… e così via.

Sommando tutti i personaggi, dal punto di vista morale e psicologico, si svelano le emozioni e i valori di vita che per me sono davvero importanti.


Da quanto tempo scrivi e quale genere ami scrivere?

Scrivo da sempre, da quando ero una bambina. Ho iniziato con un diario segreto, come fanno tante ragazze, poi inventavo storielle o brani che piantavo lì prima di decidere di terminarle, poi ho iniziato con poesie e racconti brevi. E infine, da ragazza o comunque in età piuttosto adulta, sono partita in quarta con i romanzi e non ho più smesso.

Pensate che alle elementari, alla domanda “Cosa vuoi fare da grande”, io rispondevo “la scrittrice”. Ho sempre amato leggere e il mondo dei libri è sempre stato magico, per me fondamentale. Ora, a distanza di anni, non sono certo una scrittrice affermata ma almeno una pubblicazione c’è. E in futuro… si vedrà. Ad ogni modo non smetterò mai di scrivere e di crederci.

Amo scrivere storie di genere thriller, mistery (in generale quei libri in cui c’è da risolvere qualche segreto o mistero che arriva magari dal passato di un personaggio, senza che ci sia per forza la polizia a indagare) e anche fantascienza. I miei due primissimi libri, uno il seguito dell’altro, sono appunto di fantascienza.

Ti piacerebbe andare avanti con il thriller?

Sì, mi piacerebbe. Da qualche mese mi è balenata l’idea di creare una serie di libri autoconclusivi che però abbiano come protagonista l’antropologa Lucia Costa. Un po’ come ha fatto Jeffrey Deaver con Rhyme e la Sachs (anche se questi due personaggi non sono antropologi), oppure Kathy Reichs con la Brennan (per chi ama la serie televisiva Bones).

Credo che in Italia manchi una figura del genere, che sia ricorrente intendo.

Ho già qualche ideuzza in mente per il prossimo volume.

Quanto aiuto hai ricevuto per la stesura del libro, qualcuno ha contribuito per le informazioni?

Per Cuore sordo mi sono documentata moltissimo, proprio perché sono dell’idea che se si vuole scrivere di un certo argomento bisogna saperlo padroneggiare bene, è necessario studiare tanto.

Le informazioni tecniche che ho descritto in Cuore sordo, tutte, non solo quelle riguardanti l’antropologia, sono oggetto di ricerche elaborate. Niente è inventato, o affidato al caso.

Per farlo, quindi, mi sono servita di libri, articoli in internet, testimonianze vere e di consulti. In particolare, per quanto riguarda la figura del serial killer, ho chiesto aiuto a una mia compagna di master, la dott.ssa Elisabetta Venturi, criminologa. Lei, tempestivamente, mi ha inviato via mail il materiale che mi serviva. Come agisce un seriale? Come si può stilare un suo profilo? Perché sceglie le sue vittime?

Inoltre, per il mito di Orfeo ed Euridice, ho fatto qualche domanda a mia cugina, Giulia Raiteri, laureata in lettere.

Hai viaggiato molto prima di scrivere questo libro? Si nota molta precisione nelle descrizioni delle ambientazioni.

A me piace viaggiare, moltissimo. Mi fa piacere si noti questa precisione nelle descrizioni perché è un aspetto cui io tengo molto. Quando ero ragazzina e leggevo qualsiasi libro rimanevo sempre affascinata dalle ambientazioni e dalle immagini che alcuni scrittori sanno evocare, mi sembravano pennellate di colore in un quadro. Ricordo che pensavo: “Come piacerebbe anche a me riuscire a descrivere tanto bene”. Così, anno dopo anno, mi sono messa d’impegno e ho cominciato a osservare tantissimo la natura, i luoghi, gli ambienti.

Adesso non so se sono diventata brava, ma di sicuro mi piace e amo scrivere con precisione.

Prima di scrivere il libro sono stata a Parigi, Roma, Laigueglia (dove si svolgono il prologo e l’epilogo di Cuore sordo). Non sono mai stata a Sant’Antioco (Sardegna), dove si trova il faro che Evangeline vede e di cui si innamora nel libro, ma per poterlo descrivere ho chiesto spiegazioni dettagliate a un’amica sarda e ho guardato immagini, video e fotografie per giorni e giorni.

Hai già in progetto un altro libro?

Sì, oltre alla serie con protagonista Lucia, di cui parlavo prima, ne sto già scrivendo un altro, che non è un thriller ma un mistery si può dire, o meglio un ibrido. La storia è ambientata in Cornovaglia e anche questa è strutturata su due livelli temporali: uno nel tempo presente e l’altro nel passato, nel periodo tra le due guerre mondiali. Il romanzo è costruito attorno a diversi segreti e misteri, racchiusi nel labirinto di un giardino di una grande villa.

Si intitola Neve e lucciole.

Infine, su Amazon si può trovare un altro mio libro, un thriller: Ombre dal passato.

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Margherita A. Terrasi

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