• Maggie

Lettere dall'altra parte: Cioccolata calda (3)



«Tornata a casa!».

Misa entrò velocemente dalla porta. Faceva piuttosto freddo fuori. Si accostò al calorifero per scaldarsi le mani e il fondoschiena.

«Ciao, tesoro. Ti ho preparato qualcosa da mangiare. Tra poco devo andare a lavoro, ho due turni oggi. Sono già sfinita».

Lei si avvicinò con un grande sorriso a sua madre e le diede un bacio sulla guancia. «Grazie, mamma».

Sua madre le aveva preparato del pesce bollito e dell’insalata. Lei cominciò immediatamente a preparare tavola.

«Io vado. Ci vediamo dopo?».

«Non penso, ma’. Ho un bel po’ di lavoro per ‘sta sera».

«Sei sempre in giro, eh», affermò la donna mentre prendeva le chiavi dal comodino del corridoio. La sua voce sembrava un po’ preoccupata, anche se non sembrava volerlo far notare.

«Buon lavoro», disse Misa, prima che sua madre uscisse di casa.

Era sola. Non le piaceva stare da sola. Aveva bisogno di fare qualche cosa per non deprimersi.

Dopo aver mangiato molto velocemente il suo pranzo, si diresse in camera e tirò fuori dalla custodia il suo portatile. Doveva controllare assolutamente se qualcuno le aveva lasciato delle email importanti. Effettivamente ce n’erano un bel po’: la maggior parte erano degli spam di alcuni negozi per i quali si era volontariamente, o meno, iscritta alle news; altre erano della sua relatrice; altre erano informazioni riguardo ad eventi della biblioteca comunale; e poi ce n’era una che attirò subito la sua attenzione.

“Ciao… Ma cosa? Quella ragazza? Ancora? Ma che…”. Lesse velocemente tutta la mail, restando a bocca aperta. “Perché questa ragazza insiste nello scrivermi? Sapevo di non dover essere troppo gentile con lei”. Nonostante la sua iniziale stizza, prese coraggio ed aprì un nuovo messaggio. Il bianco del quadro virtuale le stava torturando gli occhi, perciò indossò i suoi occhiali da lettura. Cominciò a scrivere, anche se non le sembrava di riuscire a trovare le parole corrette per rispondere a quella persona.

Buon pomeriggio,

Forse Le sembrerò scortese, per questo Le chiedo perdono, ma non è mia intenzione continuare questo tipo di conversazioni. Adesso non ho più il tempo materiale per risponderti. Tra poco devo laurearmi e la tesi mi sta rubando davvero molto tempo. Mi dispiace per ciò che ti sta accadendo. Non credo che sia un male che quel ragazzo sia interessato a te. Penso che tu debba sciogliere un attimino i nervi e pensare che magari è lì al tuo locale semplicemente perché ha da fare da quelle parti. Magari lavora lì vicino. Non farti troppi problemi al riguardo. Anzi, da come lo avevi descritto in un’altra mail, sembra un ragazzo affascinante. Quindi che problema c’è?

Adesso debbo proprio andare, ho tanto lavoro da fare. Prenditi cura di te e, per favore, non mi scrivere più ogni giorno. Potrei non riuscire più a risponderti per tempo.

Cordiali saluti.

Scritta quella mail, Misa si appoggiò allo schienale della sua sedia. “Spero che non mi scriva più dopo questa”. Contattare quella ragazza, sua ex amica di penna, le stava facendo sempre più uno strano effetto. Sentiva il bisogno di allontanarla. Non aveva mai provato un senso di invasione così grade prima di allora, era davvero strano.

Il suo cellulare fischiò. Roberto le aveva mandato un messaggio. L’ultima volta che avevano parlato effettivamente le aveva chiesto il numero, nel caso ce ne fosse stato il bisogno. Per il lavoro, ovviamente. Il suo cuore balzò nel petto nel momento in cui aprì l’applicazione.

Roberto (Il malefico figlio del Capo):

Ciao Misa. Ti andrebbe di vederci questo pomeriggio? Se vuoi possiamo discutere ancora un po’ dell’università davanti ad una cioccolata calda. Sempre se ti va… ovvio.

“Santo cielo… io questo pomeriggio ho da fare”. Ci rifletté un poco e poi rispose.

Se vuoi io sono libera tra le 15 e le 16 e mezza. So che è poco tempo, ma ho del lavoro da fare.

Attese una risposta, che arrivò dopo cinque minuti.

Roberto (Il malefico figlio del Capo):

A me va benissimo. Come sei più comoda tu.

Siccome lei aveva poco tempo a disposizione, lo convinse a vedersi in un bar nei pressi di casa sua. Fortunatamente non abitavano molto lontani. Lui si mostrò a lei con la sua solita giacca nera lunga, un po’ sciupata e con le scarpe eleganti. Vestito così sembrava un tipo snob. Si accomodarono ad un tavolo del bar. Era un luogo carino. Quel profumo di brioche la stava rilassando. Si sentiva quasi dell’umore di chiacchierare con quel tizio, anche se non le stava molto simpatico. Mica per nulla lo aveva soprannominato “Il malefico figlio del Capo” sulla sua rubrica.

«Sono felice che tu abbia accettato il mio invito», disse lui, ma non pareva che il suo sguardo dicesse la stessa cosa. Sembrava in qualche modo turbato.

«Di che cosa volevi parlare? Della tua tesi?».

Roberto si alzò per ordinare le cioccolate, senza rispondere. «Io senza panna!», precisò Misa. Il ragazzo tornò subito dopo a sedersi.

«Che cosa mi hai chiesto?»

«Nulla… volevo solo sapere perché mi hai invitata a bere qualcosa».

Lui pose una mano sotto il mento. «Mmh. Vediamo… Perché mi andava».

Lei rimase a fissarlo per svariati secondi mentre sul volto di lui compariva un sorrisetto sornione.

«Tu hai qualche problema», disse infine lei.

In quel momento arrivò la cioccolata.

«Perché pensi questo? Cosa c’è di sbagliato nel volerti vedere?»

«C’è che ci conosciamo solo da poche settimane e non mi piace uscire con un ragazzo se non c’è una reale ragione per farlo».

Lui sbuffò. «E sarei io ad avere qualche problema? Come la fai difficile».

Lei abbassò lo sguardo sulla cioccolata e cominciò ad assaggiarne un poco alla volta con il cucchiaino.

«Senti… tu mi piaci. Lo ammetto. Per questo volevo vederti».

Lei alzò lo sguardo senza muovere la testa di un centimetro. Poi lo riabbassò. «Sei carino. Lo ammetto. Ma non sei il mio tipo».

Lui appoggiò la testa sulla mano, continuando a fissarla. Lei finse di niente e continuò a mangiare la cioccolata calda. Lentamente, gustandosela fino all’ultimo sorso, nel più completo silenzio. Tanto silenzio che anche il barista sembrava confuso. Quando ebbe finito alzò la testa e si appoggiò allo schienale della sedia.

«Quindi?», fece lui.

«Quindi cosa?»

«Era buona?»

Lei strinse le labbra. «Non male. Una cioccolata»

«Ti andrebbe di uscire insieme altre volte?»

«Sì. Va bene», affermò Misa, senza troppi problemi.

Non l’avrebbe infastidita il fatto di uscire con Roberto, anche se non le piaceva così tanto.

Usciti dal locale, lui la accompagnò a casa. Durante il tragitto fu proprio lui a sciogliere il ghiaccio, parlando del suo cane, Diego. Di come questo bestione di 30 chili avesse messo al tappeto sua sorella l’altro giorno, tanto era contento di vederla. Poi, chissà come, tra un discorso e l’altro uscì fuori che Misa aveva problemi a dormire. Però lei non parlò delle ragioni. Non le piaceva parlare della sua vita privata. Roberto insistette un po’, ma poi lasciò correre. Probabilmente ci teneva a non infastidirla.

Giunta a casa, lo salutò cordialmente. «Ci vediamo martedì», disse. In realtà non era molto interessata a rivederlo. Forse sembrava una ragazza estroversa, ma non era così. Solo a lavoro appariva in quel modo. In realtà era molto introversa.

Stava arrivando l’ora. Doveva prepararsi per lavorare alla tesi. Avrebbe avuto davvero poco tempo per farlo quel giorno. Aprì il computer. Puff. Era comparsa, guarda caso, proprio la pagina della posta elettronica: nessun messaggio. “Meno male”. Lei sospirò e si lasciò andare un attimo sullo schienale della sedia.

****

Rare gocce cadevano dal cielo. Non c’era nemmeno bisogno dell’ombrello. Arty si fece avanti tutta rattrappita: spalle contratte e mento nascosto nella sciarpa. Aveva quasi raggiunto la stazione e non vedeva l’ora di trovarsi in un vagone caldo. Non sopportava il freddo invernale, ed era pure tarda sera. Incontrò per strada qualche venditore ambulante che faceva le ore piccole cercando di rifilare alla gente dei braccialetti e delle collane. “Fossero carine”, pensò lei sprezzante. Arrivò all’esterno della stazione, che era coperto. Una dolce musica la convinse a girarsi a destra. Così lo riconobbe.

Leonardo, il ragazzo che incontrava da un po’ di tempo al locale, stava suonando e cantando davanti a tutti. C’erano una coppietta, una ragazza ed un padre con una bambina che si erano fermati lì davanti a rimirarlo come se la sua musica fosse stata magica.

«Eccolo: il nuovo Orfeo», affermò divertita Arty.

Si fermò anche lei ad ascoltarlo.

Una notte di cristallo, allora la incontrai.

Quel timido sguardo: me ne innamorai.

Fosse la notte il giorno, vederla io potrei.

Nei suoi occhi di ghiaccio così mi specchierei.

Ma la notte non è giorno, posso solo cantare

E quando dormo sogno di poterla baciare.

Quando il gallo canterà nel buio,

Solo allora la mia luce si accenderà.

Quando il gallo canterà nel buio,

Solo allora lei mi completerà.

La musica gradevole che accompagnava quella canzone l’aveva incantata. Avvenne che Leonardo incrociò il suo sguardo proprio durante il ritornello. Lei abbassò gli occhi e arrossì. Attese che la canzone finisse. Non sapeva neanche lei perché stava rimanendo lì. Aveva quasi paura di allacciare un discorso con quel ragazzo.

«Così… sei venuta a trovarmi», il ragazzo le si era avvicinato con un sorriso a trentadue denti.

«Allora è qui che lavori?».

Lui si grattò la nuca. «Beh, sì. Proprio qui».

«Uao», lei accennò un sorriso, non sapendo che altro dire.

«Tra poco stacco… se vuoi dopo facciamo un po’ di strada assieme».

«Dipende da dove abiti»

«Non molto lontano da qui. Una sola fermata della metropolitana»

«Nemmeno io: tre fermate».

Lui rispose con un pollice in su. «Allora aspettami. Ti accompagno a casa».

Arty rimase allibita da quella proposta, ma la accettò freddamente. Dentro di sé avvertiva della repulsione nei confronti di Leonardo. Aveva paura di qualcosa, ma non capiva bene nemmeno lei di cosa.

Fino a quando non misero piede in un vagone, ci fu scena muta. Entrambi sembravano ammutoliti per le stesse ragioni: timidezza e stanchezza.

«Tu che fai nella vita?», le chiese all’improvviso lui, facendola trasalire.

«Studio e lavoro… tu?»

«Adesso suono soltanto. Università?»

Lei annuì. «Storia»

«Io ho fatto Economia per i Beni Culturali, invece», continuò col sorriso sempre pronto.

«Davvero?»

«Già. Mi ha rovinato la vita».

A quelle parole lei rimase in silenzio, per paura di dire qualcosa di sbagliato.

«Adesso almeno mi posso dedicare alla mia vera passione», continuò Leonardo, non lasciandosi scoraggiare dalle proprie parole.

«Sei molto bravo. Credimi, non lo dico spesso a qualcuno».

Sentendosi dire ciò, gli occhi del ragazzo brillarono. «Sono contento che qualcuno apprezzi le mie canzoni».

Lei accennò un sorriso e lo avvertì che la fermata dopo era la loro. Scesero dalla metro e Arty camminò spedita verso l’uscita, non curandosi del fatto che ci fosse qualcuno, lì con lei, che non conosceva la strada. Lui le chiese se casa sua fosse molto lontana e lei gli indicò la direzione da prendere, come a dire che mancava poco. In qualche minuto raggiunsero un quartiere di palazzine. La seconda era il suo condominio.

«Grazie per la compagnia», disse lei ancora prima che Leonardo facesse in tempo a finire di elencare i luoghi dove aveva suonato.

In quel momento Arty si andò quasi a scontrare con sua madre, che era appena uscita dal cancello per buttare la spazzatura.

«Tesoro», il suo sguardo incontrò quello del ragazzo. «Chi è questo baldo giovine?», chiese poi, in un modo che Arty trovò molto imbarazzante.

«Mi chiamo Leonardo», rispose subito lui.

«Ciao, Leonardo. Piacere di fare la tua conoscenza. Sei un amico?».

«È un collega», mentì Arty, speranzosa che sua madre non facesse come al solito.

Purtroppo per lei non funzionò e si ritrovò con Leonardo in casa, accomodato sul divano, in attesa del tè che sua madre era andata a preparare. Forse sua madre credeva che si trattasse del suo nuovo ragazzo. Faceva così con chiunque vedesse farle compagnia. A volte non capiva la necessità che aveva sua madre di invitare a casa ogni persona che conosceva. Le sembrava spaventata del fatto che potesse rimanere sola al mondo.

«Ecco a te», sua madre tornò con il tè poco dopo.

Lui la ringraziò. Dopodiché la donna cominciò con il suo solito interrogatorio, arrivando anche a porre domande come “Le hai mai dedicato una canzone?”, riferendosi ad Arty. Quelle domande imbarazzanti non le sopportava, soprattutto perché non stavano insieme.

«Ammetto di sì»

«Davvero? Posso ascoltarla?»

«Mamma!», la rimbeccò lei, arrossita come un pomodoro.

«Va bene, va bene. Scusa tesoro. Ah! Devo farti vedere quanto era carina la mia Art-»

«Mamma! Insomma!».

Arty sapeva bene a cosa voleva andare a parare sua madre. Voleva mostrare ad un completo sconosciuto le sue foto da bambina.

«Ti ho già detto che non mi va».

La donna però non sentì ragioni e, con la fierezza di ogni madre, trasse dalla libreria del salotto un grosso album di fotografie. Fortunatamente non c’erano fotografie di Arty nuda, altrimenti ne sarebbe nata una questione di Stato. In ogni caso a lei non piaceva rivedersi bambina. Significava far riemergere cattive sensazioni dall’origine ignota.

Quando accadde che, sfogliando l’album, comparve una foto. Arty rimase immobilizzata alla vista di quello scatto. C’erano lei, su un’altalena, ed un uomo. A prima vista le sembrava uno sconosciuto, ma non capiva perché sembrasse così familiare.

«Santo cielo».

La madre chiuse immediatamente l’album, come accorgendosi di avere fatto un grave errore. Arty indietreggiò lentamente, sedendosi su una poltrona. Si aggrappò ai braccioli, con occhi spaventati.

«Cosa è successo?», chiese Leonardo confuso.

«Prendila tesoro», la madre era appena tornata dalla stanza della ragazza e le stava porgendo una pillola ed una bottiglietta d’acqua.

Arty prese il farmaco automaticamente, mantenendo sempre lo stesso sguardo impaurito. Sembrava avesse appena visto un fantasma.

«Sarà meglio che tu vada a dormire adesso».

Leonardo, nel frattempo, era rimasto in rispettoso silenzio.

Arty Si diresse immediatamente alla sua camera. Sua madre si appoggiò alla poltrona e poi vi prese posto, sospirando e appoggiando la testa allo schienale.

«Forse è meglio che vada», sentenziò Leonardo.

«Scusaci. Purtroppo c’è stato un piccolo contrattempo. È colpa mia»

«Cosa è successo?».

Sua madre si tirò un po’ in avanti e lo guardò cercando di sorridere. «Voi due state insieme?».

La risposta Arty non poté udirla, perché chiuse la porta, segregandosi nel suo piccolo antro rosa e silenzioso.

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Margherita A. Terrasi

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