• Maggie

Lettere dall'altra parte: Panico (4)



Non capiva per quale ragione avesse scelto di portare proprio quelle scarpe. Bastava che le capitasse di passare sopra ad una piccola pozzanghera perché le calze si inzuppassero. “Ma cosa avevo in mente?”.

«Perché sei così pensierosa?», le chiese Roberto.

Gli aveva concesso di andare insieme fino all’università. Nulla più. Giusto per accontentarlo.

«Oh, nulla», mentre lo disse scosse un po’ i piedi, schizzando gocce qua e là.

Dlin. Era il suono delle mail. Trasse il cellulare dalla tasca, bagnandolo un pochino con le dita.

«Chi è?», chiese lui divertito.

Quando lei capì quale fosse il mittente, spense lo schermo e ridispose l’oggetto al posto suo.

«Nessuno di importante».

Lui cominciò a fissarla come se avesse detto una castroneria. «I tuoi occhi non mi dicono la stessa cosa», affermò con la fronte corrucciata.

«Cosa sei… uno psicologo?»

«No, ma so capire quando c’è qualcosa che non va».

Lei fece finta di non aver sentito e continuò a camminare in silenzio. Non aveva intenzione di parlare di quella ragazza. Non capiva più per quale ragione continuasse a scriverle. Il resto del viaggio fu accompagnato da alcuni aneddoti di Roberto. Si stava divertendo parecchio a raccontarli e di sicuro lei non lo avrebbe fermato, finché non sembrava intenzionato a farle delle domande.

Poi qualcosa le fece nuovamente portare la mano al telefono. Resistette fino a quando non arrivarono alle porte dell’università e si separarono perché lui aveva lezione in un’altra sede. Colse il momento giusto per leggere la mail. Era la solita solfa: quella ragazza le parlò nuovamente di quel ragazzo che la perseguitava, che questa volta se l’era ritrovato addirittura in casa. Era quasi interessante. Poi cominciò a scrivere in modo confuso, tirando fuori una questione riguardante sua madre ed un album di famiglia: c’erano errori di battitura e di punteggiatura, come se avesse deciso di finire la mail il prima possibile.

“Che strana ragazza”, pensò Misa, mettendo via il cellulare. Non riusciva più a ricordare quando aveva cominciato a rispondere ai suoi messaggi. L’unica cosa di cui era certa era che non era mai stata lei a cominciare a scriverle. Poi, in genere, si ricordava la faccia delle persone che incontrava, anche solo una volta nella vita, e con le quali manteneva questi rapporti di corrispondenza.

Entrò nell’aula, mantenendo lo sguardo fisso sul messaggio. Era piena come un uovo. Ogni singolo posto che sembrava libero in realtà era stato occupato per altri. Così girò più volte l’aula alla ricerca di un buchetto, ma alla fine si arrese e si accasciò sul freddo pavimento.

La lezione non cominciò prima di venti minuti. Per la prima volte non riuscì a concentrarsi e rimase tutto il tempo imbambolata dallo schermo luminoso del suo laptop. Non ascoltò nemmeno le parole del professore. Una vocina le risuonava continuamente nella testa, come una cantilena. All’improvviso le venne un attacco di panico e uscì velocemente da quel posto intasato. Fece tre grandi respiri e si sedette su una panchina dell’area ristoro. Non le importava nemmeno che il professore si fosse lamentato del fatto che avrebbe potuto aspettare la fine della lezione. C’era qualcosa che la opprimeva sui polmoni. Recuperò il cellulare ed eliminò la mail di quella ragazza, inserendo i suoi messaggi tra gli spam.

«Tutto a posto?», le chiese con gentilezza un ragazzo di passaggio.

«Sì, sì», affermò automaticamente, senza dargli troppa importanza.

Siccome non se la sentiva di continuare le lezioni, tirò su la borsa e uscì. Non era nemmeno obbligata a stare lì in realtà. Si sarebbe laureata a breve e l’unica ragione per cui era andata a quella lezione era per interesse nell’argomento. Forse era per quella ragione che aveva accumulato tutta quell’ansia?

****

Arty era rimasta per tutta la serata incollata al computer, controllando ogni cinque minuti che la ragazza le avesse risposto. Era diventata una mania. Notte e giorno non pensava ad altro. Voleva parlarle, voleva vederla. Ogni volta che le scriveva si sentiva bene, ma da quando aveva smesso di risponderle il mondo le era cascato addosso. In pieno muso, così da farle più male.

“Perché non mi risponde? Non mi vuole più? Forse è arrabbiata con me”. Perché era così depressa per una ragazza della quale non ricordava nemmeno il volto?

“Miao”. La sua gattina era entrata nella sua stanza. La porta era aperta? Non si ricordava nemmeno di averla lasciata così. Si affrettò a chiuderla, ritrovandosi con la micia che le aveva appena rubato il posto sulla sedia. “Miao”, fece di nuovo.

«Sì, sì… miao», ripeté lei, prendendola con le mani e spostandola sulla scrivania. «Sei una ladra di posti».

Recuperò il suo posto e continuò a lavorare sulla sua tesi, seguitando a non capire per quale ragione quel mattino aveva scritto cose completamente diverse rispetto a quello che era il tema del suo studio. Le succedeva troppo spesso questa cosa, ritardando di tanto il completamento della tesi. “Miao”.

«Ho capito. Hai fame. Va bene».

Si alzò scocciata e andò in cucina, seguita dalla palla di peli trotterellante, che continuava a fare versi eccitati. Le versò la sua pappa nella ciotola e l’animale ci si fiondò sopra quasi facendola ribaltare.

«Ma tu hai sempre fame? Dovevamo chiamarti Ingorda, non Iris».

Ne approfittò per versarsi un po’ di succo d’arancia in un bicchiere, portandoselo in camera. Continuò la sua ricerca. Si rese conto di dover correggere per l’ennesima volta dall’inizio la tesi. Non capiva come avesse potuto scrivere tutte quelle castronerie. Non c’entravano con il suo tema.

Ad uno schiocco di chiavi seguì la voce calda di sua madre che l’avvisava che era tornata.

«Ciao tesoro. Hai dato da mangiare alla gatta?»

«Sì», disse ancora più scocciata Arty, senza salutare la madre.

«Vado un attimo in farmacia. Devi uscire?»

«Oggi no. Devo finire questa dannata tesi»

«Vuoi che ti aiuti?».

Arty scosse la testa nervosamente.

«Qual è il problema?», la donna si avvicinò a lei guardando lo schermo alla ricerca di qualsiasi cosa potesse essere il male che affliggeva sua figlia. «Non l’avevi già finita ieri mattina?».

Lei ebbe un sussulto. Non ricordava nulla. «Non capisco».

La madre sospirò. «Stai bene?».

Improvvisamente scesero sulle sue gote arrossate due lacrimoni. La mamma la abbracciò da dietro. «Andrà tutto bene. Non hai bisogno di questo. Sei perfetta così come sei».

Non capì ciò che intendeva dire, ma quelle parole la rassicurarono in qualche modo e la spinsero a continuare a lavorare su quella tesi. Nella speranza che quella volta finisse per davvero.

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Margherita A. Terrasi

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